venerdì, 22 Nov, 2019 Espresso napoletano

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Agri-cultura

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Le risorse cruciali per l’umanità; impariamo a conoscere e rispettare le piante: la vita di tutti dipende da esse.

Il progresso scientifico e tecnologico degli ultimi decenni ha avuto un influsso positivo sul nostro modo di vivere, ma ha anche dilatato i nostri bisogni, inducendoci a considerare l’ambiente come se questo fosse capace di adattarsi alle nostre esigenze e non viceversa. Pertanto, la tutela del capitale naturale costituito da acqua, aria, suolo e biodiversità, è diventata il punto di maggiore costrizione per il progresso dell’umanità. Condizione indispensabile per la sostenibilità ambientale è che l’utilizzo delle risorse rinnovabili non superi la loro capacità rigenerativa e che i rifiuti dei processi produttivi siano nei limiti della capacità assimilative di un dato habitat.

La biodiversità, ovvero la varietà delle forme di vita presenti in una determinata area, è la sorgente dell’evoluzione ed è l’essenza stessa degli ecosistemi, per cui la sua misura sta (o dovrebbe stare!) alla base della pianificazione della gestione del territorio. Gli organismi che popolano la Terra contribuiscono al benessere dell’uomo in vari modi. Per quanto riguarda le piante, esse sono alla base degli ecosistemi e rappresentano per l’uomo i più importanti produttori naturali di cibo, legno, fibre, oli e sostanze medicinali. Fin dall’antichità, le piante hanno influenzato gli aspetti fondamentali della vita dell’uomo: sociali, economici e politici. Gli uomini primitivi (i cosiddetti raccoglitori-cacciatori), seguendo l’esempio degli animali ed un intuito perso dall’uomo moderno, compresero che molte piante erano innocue e potevano nutrirli, diverse alleviavano il dolore e la sofferenza, poche li uccidevano e pochissime avevano effetti magici e soprannaturali sul loro corpo e sulla loro mente. Questi uomini del Paleolitico, rispettavano gli alberi come cose sacre, non si ritenevano i loro proprietari, ma ne “usavano i frutti” quali: Faggiole, Fichi, Ghiande, Mele, Giuggiole, Pistacchi e Noci. Oggi la parola “usufrutto” è un termine legale che indica: il diritto di usare e godere le cose altrui facendone propri i frutti, ma rispettandone la destinazione economica. È meno noto che le faggiole sono i frutti del faggio, il cui nome deriva dal greco ‘phagein’ che significa mangiare; e che il termine ‘esca’, usata dai cacciatori per pescare e catturare uccelli, deriva dal latino ‘esca’ e significa cibo.

Ma come è nata l’agricoltura? Chiediamoci perché l’uomo del Paleolitico passò dall’usufrutto di ciò che la Natura gli offriva liberamente, all’agricoltura che richiedeva un lavoro più intenso.

Come e dove ciò avvenne? Quali furono le prime piante coltivate? Le ricerche di scienziati autorevoli, come Alphonse de Candolle (1806-1893), Nikolai Vavilov (1887-1943) e Jack Harlan (1917-1998), vertono su basi archeologiche, botaniche, agronomiche storiche e linguistiche e hanno dimostrato che l’agricoltura non è stata né una scoperta, né un’invenzione, ma essa si è sviluppata gradualmente, a partire da 10.000 anni fa, in più centri di origine.

Il primo centro di origine è il Vicino Oriente e le prime piante coltivate furono i cereali come orzo e farro, da cui il termine farina. Dal punto di vista ecologico, i cereali sono delle erbe infestanti, capaci di crescere su terreni spogli. Inoltre, producono un frutto secco commestibile (detto cariosside), che si mantiene per anni senza deteriorarsi.

Mentre l’agricoltura si andava diffondendo lentamente oltre i limiti del Medio Oriente, altri popoli la scoprirono indipendentemente, in diverse parti del mondo.

Il mais, la patata, le arachidi, l’avocado, il pomodoro e la zucca, furono addomesticati dagli Amerindi preistorici. Il riso, la canna da zucchero, il banano, la soia, furono addomesticati in Cina o nell’Asia sud-orientale.

La nascita dell’agricoltura, ovvero la scoperta di poter seminare, coltivare e raccogliere, rappresenta l’episodio determinante, non solo per la nascita delle antiche civiltà, ma anche per la nascita della biodiversità agraria. Il passaggio all’agricoltura ebbe profonde conseguenze. Le popolazioni non condussero più una vita nomade, potendo conservare il cibo non solo in sili e granai ma anche sotto forma di animali domestici come pecore e capre. Inoltre, la terra poté essere posseduta e ceduta in eredità. Poiché l’attività agricola poteva produrre abbastanza cibo per tutti, le comunità cominciarono a diversificarsi. Gli uomini divennero commercianti, artisti, filosofi, studiosi, poeti, dando poi vita a tutta la diversificazione, che caratterizza le comunità moderne.