mercoledì, 24 Lug, 2019 Espresso napoletano

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Antichi palazzi di Napoli, palazzo Bonifacio a Portanova

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Palazzo Bonifacio a Portanova è collocato poco distante dal Seggio di Portanova a cui la famiglia Bonifacio apparteneva. L’edificio, costruito nel primo ventennio del XV secolo, ricorda nel portale in marmo, ancora oggi presente, quello dei palazzi de Penna e di Fabrizio Colonna. Infatti, come quelli, ha la peculiarità dell’arco a sesto ribassato nel­l’ingresso, inquadrato in una cornice a due spazi rettangolari che negli an­goli superiori a destra reca una testa di donna con capelli al vento ed a sini­stra un cimiero sormontato da una testa di leone. Lo stemma di famiglia poi, con una doppia banda a scacchi, divide i due leoni rampanti.

L’interno, rifatto più volte, come del resto parte della facciata, presenta nell’atrio ancora quei segni dell’antica costruzione sia nelle nicchie che nei riquadri che dovevano contenere probabilmente delle decorazioni. Da qui si accede quindi al cortile, caratterizzato lungo il perimetro da ar­chi tompagnati e dalla scala aperta.

La costruzione si fa risalire a Roberto Bonifacio figlio di Martuccio. Que­st’ultimo ebbe cariche importanti durante il regno angioino tanto che la re­gina Giovanna II concesse al figlio Roberto un assegno per i meriti acquisiti dal padre. Esercitò quindi le stesse funzioni del suo genitore che erano quelle di giustiziere degli scolari, insieme a quella della concessione della gabella della tintoria, imposta come tassa sin dai tempi di Federico II.

Sposò Caterina d’Ajello ed ebbe un figlio di nome Dragonetto (padre di Carmosina), che nel 1448 ricoprì le cariche dei suoi antenati, e che re Al­fonso ebbe in grande considerazione tanto da fargli ospitare nel palazzo di via Portanova l’ambasciatore di Firenze presso la corte aragonese.
Lo stesso re, volendo festeggiare le nozze di Antonio Moccia con la figlia di Paolo Poderico, personaggi di spicco della corte, fece utilizzare il palaz­zo dei Bonifacio per una festa in onore degli sposi.

Questo tipo di rapporto continuò anche successivamente quando l’edificio apparteneva a Roberto, figlio di Dragonetto, che acquisì il titolo di barone e sempre per conto della corte aragonese diede ospitalità agli ambasciatori della Turchia e di Venezia.
Nel 1509, Roberto, per un discussione avuta con un eletto del Sedile di Capuana sulla questione di introdurre o meno nuove gabelle, a cui si opponeva, fu arrestato per un breve periodo ma venne subito liberato su richiesta del popolo inferocito. Quegli stessi popolani l’anno seguente lo ritennero autore di soprusi e quindi assaltarono il palazzo a Portanova tentando di in­cendiarlo; ma furono scacciati perché dalle finestre gli assediati si difesero lanciando delle pietre e salvandosi definitivamente per il successivo arrivo del viceré Don Raimondo Folk di Cardona conte di Albento (1509-1522) che sedò il tumulto, rimuovendo poi dalla carica il Bonifacio.
Si sa che il palazzo fu confiscato con tutti i beni quando era in possesso di Gian Bernardino, figlio di Roberto, che avendo scelto la riforma luterana fu accusato di eresia e quindi fuggì da Napoli.

L’edificio fu quindi assegnato nel 1558 con decreto di Filippo II (1527-1598) al colonnello delle milizie spagnole Alvaro de Santi, per i me­riti acquisiti, e da questi dato in fitto a Cesare Mormile. Tutto questo accad­de nonostante i vani tentativi di Costanza Bonifacio, sorella di Gian Ber­nardino e vedova di Antonio Mormile, di riottenere la proprietà.

Il de Santis però pensò di rivenderla dopo poco e si rivolse alla Real Came­ra perché fossero interpellati tutti quelli che vantavano diritti su di essa. Fu quindi attraverso questa vendita che Costanza riottenne il palazzo, che ri­mase aggregato a quelli che i Mormile già possedevano nella piazza, fron­talmente al Seggio di Portanova, che fu abbattuto poi in parte nel 1800 e definitivamente nel 1890, durante i lavori del risanamento: per ricordarne l’antica collocazione, per volere di re Umberto I, fu inserita una lapide con un’epigrafe.

Sul Palazzo Bonifacio si narra infine che alla fine del 1700 fosse utilizzato come Carceri del Monastero dell’Arte della lana mentre nel 1800 veniva adibito, così come tanti della zona, all’arte del manganare i tessuti. Attualmente ha nel solo portale il ricordo di tanti secoli di storia.