Bernini sulla pelle

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Dire “tatuaggio”, ancor oggi, significa erroneamente un “artigianato” che non rende giustizia ad un’arte vera e propria, spesso di gran lunga maggiore di tante idolatrate opere della contemporaneità, davanti alle quali si resta spesso basiti o delusi, senza confessarlo. Tra gli artisti, che nei decenni hanno portato questa pratica dall’idea di ago che trafigge grossolanamente la pelle — magari col più sgangherato dei classici: il nome della fidanzata — a pennello della tela epidermica, il tatuatore napoletano Luigi del Duca è una delle personalità più significative.

Luigi del Duca

Ventinovenne, dopo una maturità al liceo artistico, sei anni addietro inizia casualmente il mestiere, folgorato dal rumore della macchinetta e dall’atmosfera di studio, accompagnando suo fratello a tatuarsi. Come ogni artista, a sua volta va a bottega, trovando tra stencils e aghi l’incarnazione di una disposizione naturale al disegno. Tra corsi e attestati — dice — l’esperienza è la miglior maestra, e non c’è momento in cui si sia “arrivati”. Anzi, a differenza di un pittore, che conosce una sola tela, il tatuatore deve assecondare un supporto sempre diverso per ciascun caso. La specificità di Luigi è il tatuaggio realistico, che altro non è che il survival del filone naturalistico dell’arte italiana da Giotto in qua. Ovvero, quella capacità di riportare le cose fenomeniche per ciò che sono.

Lo studio di Luigi del Duca

L’attenzione al dettaglio richiede una forte concentrazione, che Luigi eredita da una prima vocazione al restauro d’arte, che ha, per così dire, riportato sulla pelle, perfezionandosi e facendosi conoscere come tatuatore di soggetti che riproducono famose opere d’arte, soprattutto rinascimentali e barocche. Luigi si identifica pienamente nella nomea che lo ha reso noto: non ha fatto altro che cominciare dalle nature morte, poi i ritratti, poi le figure intere etc., ovvero seguendo lo stesso consueto, necessario, iter formativo di generazioni di artisti nei secoli, ai quali si riconosceva, valutandone i frutti, il più alto prestigio. Iter che molto spesso gli artisti contemporanei ignorano o addirittura disprezzano. E, come i tradizionali artisti, aggiunge la consulenza dovuta alla sua sensibilità, quando in studio giunge un cliente con le idee non molto chiare, per trovare il tatuaggio giusto.

Tatuaggio di Luigi del Duca in fase di realizzazione

Per farlo, occorre — sottolinea — anche consultarsi molto tra colleghi, conoscerne di nuovi, aggiornarsi, seguire convention ed eventi, per un mestiere che ha l’immagine per lingua franca, e che permette di farsi esercitare liberamente ad ogni lato del mondo. Tra i suoi migliori lavori, in ordine sparso, il Salvator mundi di Gianlorenzo Bernini, e di questo ancora il David e l’Apollo del gruppo Dafne e Apollo; poi il David ed il Mosè di Michelangelo. Poi l’archeologia, con il Laocoonte, ad esempio. E poi ancora la pittura, trattata come fosse scultura, con il San Michele che sconfigge Satana di Raffaello. Molto al di là di ogni concezione lirica, la scultura in tatuaggio è certo di gran moda, e l’intervento del tatuatore è mirato proprio alla consapevolezza piena del cliente, estetica ed etica, del soggetto che vuol tatuarsi. Fondamento deontologico del suo modo di operare è rinunciare alla commissione quando non può dare il massimo della sua arte. Per un tatuaggio ben fatto possono volerci anche qualcosa come tredici ore.

Tatuaggio di Luigi del Duca

A svelare la necessità della pazienza e dell’indagine, linea dopo linea, sono gli stessi tatuaggi di Luigi, in particolare quelli sui polsi, dove campeggia l’aforisma senechiano Ars longa, vita brevis. Necessario è, infatti, aggiungere quel sottile margine interpretativo che ben si addice all’indole artistica, e che sospende dal banale compito di mera riproduzione meccanica di un soggetto. Fosse anche una sfumatura, una maggiore movimentazione dell’immagine, la calcatura di una riga, c’è sempre un (poco riconoscibile e perciò valido) pezzo di Del Duca, in un Michelangelo della bobina. Altra cosa, invece, è l’imprescindibile responsabilità di quando si tatuano certi soggetti, diventando “ambasciatori” dell’arte. Per mettere le mani su Bernini & co. devi sapere ciò che fai, fosse anche solo per riprodurli, ed al tempo stesso devi rispettare te stesso come artista. Un po’ come quando Giovanni Bellini, a inizi Cinquecento, rifiutò una commissione di Isabella d’Este per le troppe imposizioni e complicazioni generate dalla committente, oppure quando Antonio Canova si rifiutò di restaurare i marmi del Partenone per non osare alterare la mano di Fidia e l’antichità veneranda. L’arte è nelle sue regole.

Tatuaggio di Luigi del Duca

 

 

 

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