Biblioteca dell’Orientale, tesoro di Palazzo Corigliano

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Frugando nel cuore librario di Napoli s’inciampa in Cina. Ma anche in India, in Giappone, in Arabia Saudita e in vari paesi africani. La Biblioteca dell’Istituto Universitario Orientale è uno stargate del sapere esotico, figlio dell’antico cosiddetto Collegio dei Cinesi di Napoli. A Palazzo Corigliano è custodito un settore dipartimentale delle collezioni librarie dell’Orientale, che sposa la sua raccolta di testi in varie lingue agli ambienti splendidamente affrescati e decorati del palazzo, su più piani, particolarmente rinomato per il Salottino degli Specchi. I fondi sono suddivisi principalmente in studi asiatici, africanistica e mondo classico, ma è possibile trovarvi rarità in vari ambiti del sapere.

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Particolari sono le raccolte in lingua copta e berbera, ma stupisce la possibilità di trovare, a pochi metri da queste, periodici come Women of China e Al-Aharam International, accanto all’ultimo romanzo di Banana Yoshimoto, di cui un docente dell’Orientale è il traduttore italiano ufficiale. La raccolta, infatti, non è solo linguistica, ma si propone di offrire un campo di ricerca sull’intero universo culturale, antico e moderno, del paese che rappresenta.

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Quindi, accanto ai glossari e ai dizionari di giapponese ed alle tavole con i geroglifici egizi, ecco apparire opere di europei su quei paesi ‘orientali’, assieme a riviste indiane e saggi sulla poesia araba. E poi, naturalmente, le preziosità: manoscritti, codici e pergamene principalmente, dall’arabo allo swahili, che rimandano a  insegnamenti specifici, ad allestimenti museali e a scavi archeologici nei più diversi paesi. A questo universo si affianca il mondo della cultura occidentale antica e moderna, tra le cui finezze bibliologiche spiccano le Pompe funebri di tutte le nationi del mondo, pubblicato, in seconda edizione, da Francesco Perucci a Verona nel 1646. Volume che può apparire bizzarro, ma che testimonia, fin dalla letteratura barocca, l’interesse culturale diffuso che corrisponde alla moderna antropologia, in modo perfettamente coerente alla vocazione della Biblioteca dell’Orientale.

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Un altro simbolo, forse, chiarifica la commistione di tutte queste culture: l’Itinerarium Beniamini Tudelensis, volume di un ebreo etiope, dell’etnia falash, che narra i suoi viaggi, tradotto dall’ebraico in latino e stampato ad Anversa nel 1575. Come biblioteca universitaria, oltre a ricevere le donazioni, la politica d’acquisti è sostanzialmente amministrata dai docenti attraverso un comitato che vaglia le proposte. Lo spirito di ampia visione culturale non poteva che riflettersi in un altro di accoglienza verso tutti gli studenti di altre università/istituti (e, talvolta, anche oltre) che sono ammessi ai locali e alla consultazione dei testi.

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Al centro di questo portale sull’Oriente c’è il Palazzo Corigliano, con i suoi ambienti magnificamente arredati, secondo una connotazione che mette assieme il patrimonio storico-artistico con quello librario, in un modo che deve e dovrebbe restare per sempre inseparabile, e che trova proprio in Italia la sua origine antica. Cosa significa tutto questo? Che la conservazione, la rigenerazione e la diffusione della cultura, a prescindere dalle lontananze geografiche e temporali, deve necessariamente passare per una sensibilità che mette insieme entusiasmo e dedizione, con uno spirito di universalità che, ci si affacci sulla Guglia di San Domenico o su
Piazza Tienanmen, non può che cucire assieme i secoli e i paesi. 

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