domenica, 25 Ago, 2019 Espresso napoletano

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Braucci racconta l’infelicità italiana, un pamphlet che invita alla consapevolezza

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Al principio di febbraio, momento dell’intervista sul pamphlet “L’infelicità italiana – Vademecum sull’accoglienza, i migranti e noi”, tanto l’intervistatore quanto l’intervistato non immaginavano cosa sarebbe accaduto il giorno sedici: ebbene, Maurizio Braucci, l’autore del libello sarebbe stato insignito dell’Orso d’argento alla Berlinale per la sceneggiatura de “La paranza dei bambini”.
Ancora prima di mostrare l’intervista sulla pubblicazione, abbiamo raggiunto telefonicamente Braucci per raccogliere un commento sulla kermesse cinematografica e sulle sensazioni a seguito del riconoscimento.

braucci

Seppure intervistato inizialmente per motivazioni differenti rispetto al riconoscimento cinematografico, è stato interessante costatare come dagli eventi emerga il profilo di un intellettuale a tutto tondo, impegnato civilmente. “Con il premio è stato riconosciuto il nostro forte impegno di sensibilizzazione. A dire il vero, non mi aspettavo questo riconoscimento ma sapevo di lavorare con delle persone dotate di grande talento. In un festival, chiaramente, è sempre tutto incerto”. E sulla dedica di Saviano “alle ONG che salvano vite nel Mediterraneo, ai maestri di strada che a Napoli salvano vite nei quartieri”, Braucci conclude: “Condivido pienamente le parole di Saviano. Le ONG sono coloro che mantengono forte quel senso di umanità in un’Europa che dovrebbe essere fondata soprattutto su quello stesso senso, e non soltanto su aspetti finanziari. E ancora, la condizione dei giovani a Napoli è fondamentale per comprendere più in generale la situazione del Mezzogiorno, tra i talenti e le problematiche”.

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Dunque, dopo aver ripercorso la cronologia degli eventi, ritorniamo a “L’infelicità italiana”: il racconto di un viaggio in moto, perché non ci sarebbe avventura senza il vento tra i capelli, alla ricerca delle ragioni di un problema di nevrosi collettiva. Dalla quarta di copertina del testo leggiamo: “Ogni italiano, o almeno la parte sensibile al tema dell’immigrazione, dovrebbe farsi un’idea di come funziona l’accoglienza sul proprio territorio in modo da poter esprimere un’opinione completa e sensata. Per questo ho fatto questo viaggio in moto e ho scritto questo pamphlet”. Braucci racconta della propria discesa personale estiva negli inferi della penisola italica. A bordo della propria Ducati, comincia il proprio viaggio dal quartiere napoletano del Vasto.

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“Col quartiere ho un legame puramente di cronaca. – racconta nell’intervista di inizio febbraio per l’Espresso napoletano – Sono originario e tutt’ora vivo in un altro quartiere, Montesanto. Il Vasto è quel territorio considerato come polveriera in relazione alla questione dei migranti. Ho cercato di compiere un percorso del tipo think global actlocal, cercando di comprendere tanto sul locale quanto sul globale”. Dal Vasto, Braucci prosegue in terra di Calabria. Una volta sul massiccio calabrese della Sila, racconta del proprio ingresso a San Giovanni in Fiore che ospita i resti dell’abate del XIII secolo Gioacchino da Fiore. Nel testo, sull’abate scrive: “L’abate eretico che nessuno in ottocento anni ha avuto il coraggio di fare santo”.

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“Il viaggio fa il viaggiatore e le tappe sono anche dei luoghi simbolici dai quali siamo attirati. – prosegue Braucci sui motivi del viaggio e su questa prima sosta calabrese – Questo viaggio si è presentato come la serie d’incontri su chi siamo noi che ci relazioniamo con l’altro, con gli altri. Gioacchino da Fiore ha ispirato il riscatto italiano, lamentando già nel Milleduecento la mancanza di unità del paese. In questo libro racconto gli Italiani di fronte ad uno specchio: di come vedano sé stessi. Questo testo è per gli Italiani ed è un espediente il fatto che si presenti come un lavoro sui migranti”. A San Giovanni in Fiore a Braucci appare l’Italia così come è sempre stata, almeno da ottocento anni, da quando era ancora in vita l’abate che avrebbe meritato la santificazione. Gioacchino volle infatti dedicare la basilica della cittadina calabrese a San Giovanni Evangelista che descrisse l’Apocalisse, l’Anticristo ed il drago a sette teste.

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Tuttavia, successivamente, il culto trasmigrò verso San Giovanni Battista, “morto decapitato per volere di una principessa, ma che almeno non turbava i sogni dei cittadini dell’Appennino con le previsioni sulla fine del mondo”. Ed il viaggio prosegue sempre più a sud della regione per raccontare il sistema emergenziale dell’accoglienza tra hotspot, sprar, cas, cat e le storie degli uomini che vi transitano. Tra le righe del racconto, emerge sullo sfondo la disillusione dell’autore nei confronti degli Italiani, affetti ormai da una nevrosi che risiederebbe nell’infelicità generalizzata: “Ci si vorrebbe difendere da qualcosa che si avverte come violato all’interno di un contesto ossessionato, non più lucido. – conclude l’autore – Questo libro è un invito innanzitutto a documentarsi. Non voglio portare il dibattito dalla mia parte bensì rendere lo stesso un po’ più dignitoso”.