venerdì, 20 Set, 2019 Espresso napoletano

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Castanicoltura in Campania

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Il punto con l’esperto che ha contribuito alla stesura del libro “Il castagno in Campania”

Il più delle volte, la Regione Campania rievoca immagini che illustrano un mare azzurro che scintilla di riflessi di un sole alto nel cielo, un quadro vivente che incarna un paesaggio d’incanto capace di stregare il turista visitatore. Ma la Campania non è solo questo, è anche terra agricola che da secoli offre ai suoi abitanti una varietà di frutti. “l’Espresso Napoletano” ha il piacere di intervistare un noto studioso del castagno: il dottore Giorgio Grassi, esperto dell’Istituto Sperimentale per la Frutticoltura, S.o.p. di Caserta, ha contribuito alla stesura del volume Il castagno in Campania, ha partecipato, inoltre, al Piano del settore castanicolo varato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ed è stato consigliere tecnico della segreteria del Ministero che ha curato il Piano.

Come si presenta la castanicoltura in Campania? Quali sono le province dove è più diffusa?

La Campania ha nel castagno un interesse di antichissima data, non solo perché è una risorsa ambientale, ma anche perché c’è un indotto sulla produzione di castagne che è fortissimo. Pochi sanno che la Campania da sola produce più del 50% della produzione nazionale, il dieci per mille della produzione mondiale. Il 60% della produzione campana arriva da Avellino. In totale, la Regione ha circa 5000 aziende agricole impegnate e altre 25 di trasformazione che costituiscono il polo principale europeo della lavorazione industriale dei frutti di castagna. Secondo l’INPS, sono circa 2000 le persone impiegate nelle aziende di trasformazione in Campania.

Qual è la differenza tra castagno europeo (in Italia più comunemente definito castagno) e il castagno giapponese?

Il castagno coltivato qui, il tradizionale, è la specie Castanea sativa detta per tanti anni castagno europeo o castagno italiano, che dà i frutti più rinomati e dolci. Dall’Asia, sono state importate delle altre specie: la castagna cinese e la castagna giapponese. La Francia, ha prodotto degli incroci tra la specie giapponese e quella europea, denominati: ibridi euro-giapponesi, apprezzati dal consumatore per la loro grossezza alla quale però non corrisponde una bontà di polpa. Le nostre castagne, invece, hanno una polpa di miglior struttura e gustosità rispetto a tutte le altre.

Qual è la differenza tra castagne e marroni?

Botanicamente, chi ha provato a distinguerle ha commesso degli errori. In passato, Fenaroli descrisse il marrone come il meglio della produzione che ci sia, ma in realtà corrisponde al meglio della produzione del Nord Italia. Il 90% dei marron glace consumati nel mondo arriva dalla cosiddetta castagna marrone di Avellino o di Napoli. Anche la forma è differente: i marroni sono ovali e difficili da lavorare industrialmente poiché le lame parallele ruotanti utilizzate hanno difficoltà a incidere la buccia del frutto, invece la rotondità dei marroni di tipo avellinese facilita l’incisione, poi con un getto di vapore si scoperchiano le bucce esterne e rimane la polpa nuda, quindi la lavorazione è più rapida, precisa e costa di meno.

Da cosa nasce la sua passione per il castagno?

La mia famiglia ha origini in zona castanicola di Parma. Quando ero bambino, camminavo con mia madre nei boschi; lei, con le foglie faceva dei mestolini con i quali mio fratello ed io bevevamo l’acqua dalle sorgenti. Il mondo delle castagne per me è sempre stato un mondo di verde, di fresco, di riposo, di giochi. Poi ho iniziato a studiarlo soprattutto in Campania, a capirne l’importanza vera, a distinguere le varietà tra quelle di Caserta e quelle di Avellino e Salerno, una realtà agricola unica del posto.

In cosa prevede il Piano del settore castanicolo varato dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali a cui ha partecipato?

Sono stato consigliere tecnico della segreteria del Ministero che ha curato il Piano nazionale del settore castanicolo; terminato nell’ottobre del 2010, poi è stato instaurato il tavolo nazionale di filiera castanicola, uno strumento preziosissimo per decidere il futuro della castanicoltura nazionale. Ai tavoli di lavoro del Piano nazionale di settore, il Dott. Italo Santangelo, rappresentante della Regione Campania, ha portato un importante contributo conoscitivo e di sviluppo. Ora bisognerebbe che la Regione lasciasse i migliori funzionari al loro posto per continuare a fare l’ottimo lavoro che stanno facendo come il dott. Raffaele Griffo, direttore del Servizio fitosanitario.

Quali sono le malattie che possono danneggiare il castagno?

La Campania per prima si è mossa su tutti i fronti per contrastare l’invasione dell’insetto più pericoloso al mondo per il castagno: il cinipide. La Regione è stata la prima ad affrontare il problema con l’uso anche di mezzi chimici e per ciò ha ricevuto forti critiche dalle altre regioni d’Italia. Era una lotta che doveva esser necessariamente intrapresa perché qui la realtà produttiva castanicola funge da supporto a tantissime famiglie. Anche la regione piemontese ed emiliana hanno intrapreso una buona lotta al cinipide. Oggi, l’antagonista di quest’insetto si chiama Torymus. Nel 2012 in Campania ci sono stati altri 21 “lanci” di Torymus e l’istallazione di due suoi centri di moltiplicazione.

Oggigiorno chi coltiva il castagno?

Soprattutto due fasce di persone. La prima, è la vecchia generazione che conserva una castanicoltura di tipo tradizionale la quale ha un suo significato: paesaggistico, sociale, culturale e di mantenimento del territorio. I secondi, sono i giovani imprenditori lanciati nella coltivazione degli impianti di castagno ibrido euro-giapponese. Personalmente sono contrario a questi ultimi, il Piano nazionale di settore ha lavorato unicamente per la castagna sativa tradizionale italiana.

Come valorizzare la sua coltivazione nella Regione e al Sud Italia?

Può esser valorizzata migliorando la coltura del castagno, in primis salvaguardandola dal cinipide, in secundis osservando le pratiche colturali tradizionali badando a garantire vigoria alle piante.  Ancora, bisogna difendere ai porti d’ingresso il nostro prodotto da quello di Giappone, Corea, turco e cinese.

Per approfondire i vari aspetti dell’Associazione Nazionale Città del Castagno http://www.cittadelcastagno.it/