Chiese di Napoli, la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli

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Nei pressi dell’antica scomparsa Porta di Costantinopoli, si trova la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli (sulla strada omonima), il cui monastero prima di essere tagliato dall’apertura di via Broggia giungeva fino a quello di San Giovanni Battista delle Monache. Durante la peste che afflisse la città di Napoli tra il 1526 e il 1528 fu trovata da una vecchietta, in una cappella abbandonata, un’immagine della Madonna simile a quella che in Costantinopoli protesse quella città da un incendio e, avendo miracolato Napoli dalla peste, gli fu edificata una nuova cappella nel 1531 affidata alla Confraternita di Santa Maria di Costantinopoli.

Quindi, nel 1575 — racconta Gennaro Aspreno Galante — «nuovamente la peste infierì in Italia, e una pia donna, ispirata in visione, ricordò ai Napoletani la prodigiosa immagine della Vergine, onde la cavassero dalle ruine, e le edificassero un novello tempio, come fu fatto, e la città e il regno fu immune dal flagello». Fu così che la chiesa venne realizzata nel 1586 e poi modificata tra il 1603 e il 1608 da fra Giuseppe Nuvolo, frate converso domenicano (che lavorerà poi al campanile di Santa Maria del Carmine Maggiore); alla sua opera si deve il rivestimento in maioliche policrome della cupola e il disegno della pianta dell’interno a croce latina.

La facciata strutturata su due ordini con timpano superiore, e con lesene con capitelli corinzi, finte finestre e portali minori ai lati, presenta sopra il portale principale sul fregio della trabeazione la seguente iscrizione, in memoria della salvezza dalla peste: MATRI DEI OB URBEM AC REGNUM A PESTE SERVATUM.
Un ruolo importante nell’arricchimento dell’interno ebbe Cosimo Fanzago che ivi lavorò tra il 1620 e il 1645, realizzando la maestosa struttura marmorea dell’altare maggiore (successivamente restaurata) con le statue di San Rocco e San Sebastiano (entrambe del 1638) che presenta al centro la miracolosa immagine di Santa Maria di Costantinopoli, affresco su lastra tufacea della fine del Quattrocento circa; suoi sono anche i Monumenti funebri di Giuseppe Bartiromo (1642-1644 circa, al terzo pilastro destro della navata) e di Girolamo Flerio (1620, al terzo pilastro sinistro della navata).

L’interno fu decorato con stucchi bianchi nel Settecento da Domenico Antonio Vaccaro; di Belisario Corenzio sono gli affreschi della cupola e della volta dell’abside (1615); di Fabrizio Santafede è l’Adorazione dei Magi (nella seconda cappella sinistra); attribuito al pittore fiammingo Wenzel Cobergher è il Martirio di San Bartolomeo (nella quarta cappella destra).

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