“Come fenici felici. Storie di rinascite” dalla Casa circondariale femminile di Pozzuoli

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Si spengono le luci. Uno scrosciare di applausi. Ed a quest’ultimo si accompagna uno strano silenzio. Molti tra gli occhi degli spettatori sono lucidi. Ed anche gli occhi delle attrici sul palcoscenico lo sono. 
Ecco perché quando siamo entrati non sembrava propriamente il foyer di un teatro! Eh sì, infatti, borse e telefoni sono rimasti custoditi in un armadietto all’ingresso e, nel cortile, bacheche di vetro custodivano comunicati ministeriali su disagi e disservizi oltre quelli interni dei sindacati di categoria.

casa circondariale femminile

30 giugno 2017. ″Agente della penitenziaria aggredita nel carcere″ recita un ritaglio del giornale Cronache di Napoli. ″La polizia penitenziaria salva la vita a una detenuta″ , dal giornale Roma. E poi, più avanti, una grande locandina, datata 4 maggio 2018: “Teatro della casa circondariale femminile di Pozzuoli”. Più in basso c’è la scritta “Come fenici felici, storie di rinascite”. Gialla come il sole.
Le “attrici” sono sorridenti: più che sorridenti, sembrano felici. Come gli uccelli da cui prende spunto il titolo del loro spettacolo, quell’uccello del mito – l’araba fenice appunto – che dopo essere stato ridotto in cenere si trasforma. E da qui prende il nome il progetto di creazione e bellezza ideato da Luciana Pennino che ha supportato il lavoro che da diversi anni le docenti svolgono nella casa circondariale femminile di Pozzuoli.

fenice

E se non fosse vero che il nome ci individua e permette l’ identificazione del nostro valore umano e del nostro operato, farei a meno di indicare questo elenco che mi sembra riduttivo rispetto a ciò che ho colto prima, durante e dopo lo spettacolo relativamente al loro spendersi a favore di queste donne, da loro, spesso, chiamate ragazze, anche quando, come accade per alcune di loro, la giovinezza si è perduta nel tempo. In un tempo che sembra essersi fermato. Perché da recluse, il lavoro sul tempo è un lavoro su quanto può esserci adesso. Su quanto, alla pari di ciò che accade in altre situazioni di disagio, il trascorrere di un tempo che sembra inutile non debba e non possa prescindere dal concetto di speranza.

come fenici felici

Non si è mai vista una partecipazione così consistente ad una rappresentazione. Sono diciannove donne, alcune delle quali resistenti alla possibilità di parlare, completamente assorbite dalla pregnanza delle loro tragiche vicende umane, che hanno pian piano compiuto piccoli passi, grazie all’ausilio di suggestioni, stimoli letterari, racconti di esperienze difficili realmente vissute; hanno scelto di mettersi in gioco, di partecipare a questo lavoro che è stato innanzitutto un lavoro di gruppo ispirato da un principio base: la libertà di compiere un lavoro più profondo su se stesse, un mettersi in discussione solo se ed in quanto lo sentissero.

come fenici felici

Fausta Apa, Olimpia Caccavale, Angela Cicala, Maria D’Emilio, Tiziana Lucignano, Fausta Minale, Patrizia Schiavone. Ciascuna con le proprie competenze e ciascuna con il proprio ruolo anche nella divisione dei compiti più propriamente tecnici attinenti all’esecuzione dello spettacolo. Ed il riconoscimento più grande lo hanno ottenuto dalle stesse “ragazze” quando costoro hanno ringraziato le loro ”maestre” – sì, così le chiamano – perché riescono a far loro da insegnanti, da madri, ed, anche in collaborazione con il lavoro delle agenti penitenziarie, a fare da famiglia!
E, tra il racconto – filtrato dai loro cuori – delle fiabe, dell’amore, della maternità, dei loro sogni anche quando, alle volte, più che “d’oro” diventano, al contrario, incubi, una vera e propria processione con cartelli e scritte sulle loro emozioni.

fenice

Avendo chiesto il permesso, all’ingresso, perché mi venisse lasciato il taccuino, al buio qualche frase l’ho potuta appuntare! 
“Sarebbe stato meglio essere un pesce, avere a che fare con l’acqua. Oggi mi sarebbe tornato utile!”. “Gli incantesimi esistono solo nelle favole ma le magie esistono!”. “Quando sono entrata qua dentro sono diventata polvere, un soffio di vento”. “Non nascondere le ferite, altrimenti si infettano”. ”La forza è dentro di noi”. “Se cadi la vita ti aspetta!”. “Voglio avere l’aria sulle ali!”.
Andando via saluto Lino Blandizzi. Anche lui con il suo laboratorio di musica dal titolo “Voci sospese di donne” contribuisce non poco a spargere del sale sulle ali. Il sale può far bruciare la pelle ferita ma, quando ciò accade in prossimità delle “ali”, aiuta e sostiene il loro movimento!

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