sabato, 23 Nov, 2019 Espresso napoletano

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Da De Nittis a Gemito. I napoletani a Parigi negli anni dell’Impressionismo

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Nel modaiolo trambusto delle mostre-contenitore, progettate più o meno come giostre culturali con l’imperativo categorico di ammaliare, l’esposizione che va in apertura a Palazzo Zevallos è quanto di più tradizionale – e autentico – possa esserci: un’occasione di conoscenza, di scoperta e di piacere, la cui gradevolezza è data dalla qualità delle opere in mostra e dalla semplicità efficace dell’allestimento. Una rara lezione di stile. E anche di critica. Perché parlare dei napoletani, e più estesamente dei meridionali a Parigi circa nell’ultimo quarto dell’Ottocento, significa mettere da parte la retorica dei “primati” del Sud e piuttosto ricostruire contesti ed esprimere giudizi sulle emergenze culturali meridionali chiamate a far valere la loro arte sullo scacchiere europeo, che aveva Parigi per capitale.

Significa inquadrare un’epoca ed un ambito. Parlare infatti degli “anni dell’Impressionismo” e non degli impressionisti napoletani o francesi, significa rivelare tutti quegli artisti che in Francia ci andarono per prendere e per mettere: condividere idee, strutture, contesti e storie che portarono all’Impressionismo, senza per questo ridursi a mera anticipazione. Andarvi incontro significava esprimere la natura, come nella poetica dell’Impressionismo, senza necessariamente aderire a quella tecnica pittorica, oppure costruire un ponte di relazioni che traversasse le esperienze impressioniste. Questa è l’idea fondante che emerge dall’esposizione a cura di Luisa Martorelli e Fernando Mazzocca, nella scelta di opere, tutte di eccezionale qualità, disposte per sezioni tematiche tra il piano terra e il primo piano di Palazzo Zevallos.

Giuseppe Palizzi, Michele Cammarano, Vincenzo Gemito, Gioacchino Toma e Domenico Morelli sono solo alcuni degli artisti in esposizione. Ma non è questa una mostra celebrativa di ‘grandi nomi’, bensì una rete di comunicazioni e rapporti ben definita da un perimetro territoriale ed uno cronologico. I titoli stessi delle sezioni lo fanno chiaramente intendere, mettendo assieme l’arrivo a Fontainbleau di Palizzi col ruolo delle esposizioni universali, con l’avvento del mito della ‘vita moderna’, col ruolo del mercato, dell’editoria e del collezionismo, così come con la poetica delle strade di Parigi, vera Mecca degli artisti ed al contempo fonte d’ispirazione, assurta a simbolo. Esempio di questa rete di relazioni è nella serie dei dipinti vesuviani di Giuseppe De Nittis. Non si tratta di cartoline o di vedute, ma di una supplenza/rivalità con la fotografia nel raffigurare la realtà, unendo alla topografia il senso di terribilità e la bellezza del vulcano, frutto dell’intenzione e della sensibilità artistica.

All’incirca come la serie di dipinti di Claude Monet raffiguranti la cattedrale di Rouen, dipinta e ridipinta in vari momenti per coglierne le mutazioni. Altro focus della mostra è quello dedicato alla vita quotidiana e al costume, come ne La pioggia di cenere dal Vesuvio di Gioacchino Toma, in cui pare di rivedere il testo storico su cui potrebbe basarsi l’analoga sequenza storica osservata da Giacomo Leopardi nel film Il giovane favoloso. Ugualmente per alcuni dipinti di Giacomo Di Chirico e Paolo Michetti, veri e propri saggi di antropologia. Si tratta infatti di artisti che partecipano al circuito culturale a ridosso dell’Impressionismo, che vi prendono parte importando in Francia le proprie esperienze, e che lo condividono o lo esportano, lavorando al Sud.

Lo scambio prosegue ancora in opere di Ulisse Caputo, Edoardo Tofano, Giuseppe De Sanctis e Vincenzo Migliaro, romanzieri per immagini di una Parigi da sindrome dell’età dell’oro, come dei de Lamartine o dei Dumas venuti a scrivere del Sud. In tal senso, funzionano anche le opere degli artisti per altri artisti, come i ritratti di Domenico Morelli e di Mariano Fortuny modellati da Gemito, oppure gli splendidi autoritratti di Mancini, di cui è esposto anche il Bacco fanciullo, versione illanguidita e trasognante dei medesimi soggetti di Caravaggio, verso il quale il debito è forte soprattutto nel riconoscerne la matrice naturalistica dell’indagine pittorica.

Ma anche nello scardinamento dei generi, come nella Figlia del mugnaio e ne l’Ispirazione dello stesso Mancini, dove soggetti infantili di piccola estrazione sociale sono omaggiati da ritratti a scala monumentale, come solo per gli illustri era stato possibile. In quasi un centinaio di opere, la mostra raccoglie saldamente le sue maglie progettuali senza sbavature, con un allestimento gradevole, adeguatamente illuminato, con pannelli funzionali e senza affastellamenti di opere. Il catalogo, a cura dei medesimi curatori, chiarifica ulteriormente l’esposizione e l’amplifica con bei saggi dedicati alla dinamica Napoli-Parigi, guardando agli artisti, alle architetture, alle analogie urbanistiche e alle realtà sociali ed economiche coeve nel segno dell’arte. L’esposizione sarà accompagnata da conferenze, attività e spettacoli culturali nell’intero periodo.