Dialogo su Borgo dei Vergini, ingresso nell’anima di Totò

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Zio, perché hanno scritto delle parole in cielo?

No, sono delle luci. Anche se in contrasto con il cielo nero sembrano stelle. Ti piacciono?

 Sì, ma non capisco cosa c’è scritto…

 è una poesia, di Totò! Poi te lo farò conoscere, faceva ridere! Però in questo caso la poesia è un po’ più “triste”. Ma Totò era una persona profondamente seria nella vita, lo sapevi?

 Zio, io non so nemmeno chi è Totò!

Hai ragione, sei troppo piccolo, ma rimedieremo! Questo è l’ingresso di casa sua, perciò hanno scritto una sua poesia e hanno messo quelle luci che sagomano il suo corpo. Fa ridere anche solo sagomato… vuoi entrare a casa di Totò?

Ma non siamo stati invitati!

 Sei sempre il benvenuto a casa di Totò!

Totò - Borgo Vergini

 Ci inoltriamo nei vicoli del borgo dei Vergini. È sera, ma i piccoli negozi e le bancarelle dei venditori sono ancora cariche di merce. Qualcuno urla le sue offerte, qualcuno contratta sui prezzi. Mio nipote sembra spaesato in mezzo a tutto quel trambusto. Lui, che abita in provincia, mi ha chiesto di conoscere Napoli. Ma come fai a far conoscere Napoli a qualcuno? Ci devi nascere per capirla fino in fondo. Allora ho pensato di fargli conoscere la città vera, quella che non si vede in cartolina, quella che ne incarna l’essenza. Ho scelto questo borgo come primo viaggio perché è espressione della napoletanità. Non a caso è la strada che porta alla casa di Totò. Il principe della risata è, per eccellenza, l’incarnazione della napoletanità: viso che ride, che scherza, pose buffe e mai seriose sono solo di facciata e nascondono un sentimento più grande, una tristezza creativa che resta spesso sopita, ma che viene fuori con prepotenza. Così è il borgo dei Vergini animato da una voglia di vita infinita che è più forte di ogni tipo di problema. Il borgo che prende il nome da una confraternita religiosa, gli Eunostidi, che erano dediti alla temperanza e alla castità, ora si presenta in tutta la sua storia e il suo folklore. Compro a mio nipote dieci maggiolini, piccoli panini sfornati caldi caldi a solo un euro, mentre lui resta incantato a vedere i banchi di frutta e verdura con i prezzi scritti ancora su pezzi di cartone. Resto per un attimo anche io incantato quando addentrandoci di più nel quartiere vediamo profili di chiese trecentesche, residenze nobili e palazzi barocchi.

Zio, ma com’è possibile che qui abitavano i nobili? Non mi sembra una strada tanto ricca…

 Allora lo era. Era l’unica via di transito tra il Palazzo Reale e La Reggia Di Capodimonte, perciò passavano tutti da qui! Anche Totò era un principe, sai. Ora ti porto a casa sua.

 Arriviamo nel luogo storico, ma stavolta la sorpresa è negativa. La dimora di Totò è in completo abbandono e il suo volto impresso su un cartonato lì fuori sembra proprio dire “Ma mi faccia il piacere”. Stavolta mio nipote mi guarda interdetto.

Zio, ma sei sicuro che era un principe? Non è che magari non gli volevano tanto bene?

 Certo, era un principe. Forse più dentro che fuori! E noi, che abbiamo messo le luci, gli abbiamo voluto bene perché abbiamo imparato da lui. Avevamo il cuore analfabeta e lui ha saputo cosa insegnarci: amore, e niente più. Chi l’ha abbandonato così, forse, ha il cuore troppo istruito.

 

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