Quando la musica è autenticità, intervista a Francesca Incudine

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Quando il suono travalica se stesso per divenire racconto accanto alle parole, la magia è compiuta. Potrebbe trattarsi di un piccolo segmento di genere della world music o di un breve stralcio lirico atto a definire un buon cantautorato ma la musica, quella vera, non ha bisogno di etichette poiché è la nostra stessa esistenza che fluttua, cambia, si arricchisce e vola. Tutti siamo figli della storia, del nostro passato e dei nostri sogni, della terra che calpestiamo e del sale che assaporiamo, del dolore che respiriamo e dell’amore che immaginiamo.

francesca incudine

Francesca Incudine, ennese, classe ’87 ha sognato, suonando la sua chitarra tra le mura della sua stanza, poi ha iniziato a camminare, acquistando velocità passo dopo passo ed in questo ultimo anno si è finalmente consacrata brillantemente nel panorama musicale nazionale ed internazionale. Il suo secondo album, Tarakè, con la direzione artistica di Carmelo Colajanni e Manfredi Tumminello (Isola Tobia Label), si è infatti aggiudicato un’ottima dose di premi e riconoscimenti e non solo in Italia, dalla sua partecipazione a karachi, in Pakistan, alla Targa Tenco come miglior disco in dialetto per ottenere sul palco del Teatro Cimarosa di Aversa l’ambito riconoscimento del Premio Bianca D’Aponteoltre al premio della critica Fausto Mesolella e la vittoria del contest Fai volare la tua musica in collaborazione con SIAE, Alitalia e Rockol.

francesca incudine

Ma tutto ciò risale già a un po’ di tempo fa, quando nel 2010, con il brano FimminiFrancesca, insieme alla compagnia Triskele, si classificò al primo posto per il Premio per la World Music dedicato ad Andrea Parodi. Così il suo terreno artistico, quello stesso che la vide con passione muovere i primi passi, è divenuto oggi la sua fortezza, o meglio, lo spazio emotivo con il quale misurarsi, confrontarsi e crescere per conoscere il suo nuovo pubblico, fatto di chi capisce il suo dialetto e di chi ne coglie le atmosfere comprendendone comunque immagini e sfumature. Tarakè è un bel disco, sincero, maturo e profondo che delinea attraverso undici brani un po’ tutte le costellazioni della vita, esteriore e spirituale, e non è un caso che la Incudine abbia pensato al Tarassaco per il nome del suo album, un soffione i cui semi pronti a disperdersi al primo alito di vento volano via per realizzare i sogni di chi ci crede. In fondo, chi può stabilire cosa sia la verità, ognuno ne possiede una, che, inimitabile, rappresenterà il segno dei propri passi. Francesca Incudine di strada ne ha fatta tanta e ciò che è più bello è che è solo all’inizio.

francesca incudine

Francesca come è cambiato, se è cambiato, il tuo rapporto con la musica?
Potrei dire che non è cambiato poiché è sempre in divenire, come la nostra vita. Se, da un lato, sono rimasta fedele ad un mio desiderio che era quello di rimanere autentica, posso affermare di essere rimasta me stessa e quindi di non essere cambiata, ma sono consapevole di trovarmi dinnanzi ad un forte desiderio di rinascita e ne sono felice facendomene interprete con la mia musica. In questo disco ho affiancato al dialetto siciliano anche l’italiano perché tutti potessero capire a fondo ciò che racconto ma mi sono accorta, nei nostri live, che anche quando canto in dialetto c’è empatia e l’entusiasmo del pubblico ce lo conferma, sempre. Abbiamo adottato strumenti antichi, della tradizione non solo nostra ma anche propria del mediterraneo come ad esempio il duduk armeno o le launeddas, di origine sarda: il loro suono racconta al pari delle parole. In merito al cambiamento, posso recitarci un pezzetto di Tarakè, “Si cangia sulu si vòcangiari” poiché solo la volontà e null’altro conta.

In un mondo che sembra cadere a pezzi, piazzato come in una becera classifica alle soglie di un nuovo medioevo, che significa fare della musica popolare, fiore solitario ed esempio di purezza e tradizione?
Per la verità spesso mi hanno chiesto perché avessi scelto questo percorso controcorrente piuttosto che calcare facilmente le attuali tendenze musicali. Io credo fermamente nella verità della narrazione artistica e musicale e le mie radici rappresentano ciò che sono, la mia storia è la mia terra.

Quanto credi abbia inciso il punto di vista femminile nella composizione delle tue canzoni?
Non saprei, in quanto ciò di cui ho parlato o perché mi sono immaginata partecipe di certe storie o perché abbia semplicemente osservato la vita credo appartenga a tutti, o meglio appartiene a coloro che hanno questa sensibilità. In Tarakè ho parlato di quelle donne della TriangleWaist Company di New York così come delle madri di figli migranti persi in mare cercando di immaginare il loro dolore e cantandone la speranza, ma poi il resto non credo sia femminile o maschile. In ogni caso la mia strada è stata di certo determinata dal mio essere donna, cosa della quale sono fiera e che mi ha regalato anche il podio del Bianca D’Aponte, un’isola felice dove ogni cantautrice può essere realmente se stessa sino in fondo. E sai, forse non è caso che abbia scelto per la mia copertina un’immagine curata da una donna, Stefania Bruno che credo abbia rappresentato al meglio le infinite sfumature della mia intima espressione d’artista.

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