lunedì, 19 Ago, 2019 Espresso napoletano

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Bullismo e la “cura”, presentato il libro Generazione Zero

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Bullismo, la solitudine della nuova generazione, la “cura”. La presentazione del libro “Generazione zero” di Giuseppe Celentano (Rogiosi Editore), che si è tenuta sabato scorso al Teatro Diana nell’ambito della rassegna “Incontri al Diana”, ha sollevato tanti spunti importanti su cui riflettere per meglio comprendere ed affrontare un problema che è sempre esistito, quello del bullismo, ma che con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione, diventa ogni giorno sempre più inafferrabile e pericoloso.

generazione zero

Un grande successo di pubblico, dunque, per la presentazione di “Generazione zero”, un libro ma anche una rappresentazione teatrale e un docufilm che ha fatto il giro delle scuole: con la moderazione del giornalista e critico teatrale Giuseppe Giorgio, e le letture dell’attore e regista Carlo Cerciello, l’evento ha visto l’intervento di Gianluca Guida, direttore dell’Istituto di Pena Minorile di Nisida e di Giuseppe Scialla, psicologo e psicoterapeuta, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Campania. 

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“Cosa vuol dire Generazione zero? – si è interrogato Gianluca Guida nel corso della presentazione – Zero contenuti? Spesso si dice che questi ragazzi sono tutti superficiali, stanno tutto il tempo davanti alla play station. Zero valori? Si dice che questa è una generazione che non crede in nulla, che non ha ideali. Io penso che l’autore abbia centrato il tema della “zerità” di questa generazione. Generazione zero è la generazione di Luca: zero valori, zero attenzione, zero capacità empatica. Ma è anche la generazione di Mario, perché Mario non vuole esistere, scappa, si annulla, come gran parte di questa generazione vuole fare. La zerità di questa generazione è una totale assenza di esistenza. E se qualcuno vuole superare questa zerità, lo fa cercando sensazioni estreme.

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“Mi mantengo sedato per non sentire nessuno” ha cantato Silvestri a Sanremo. Cristicchi riprende il tema della “cura”. La cura non è semplicemente un’attenzione medica ma è una capacità di presa in carico, la capacità di condivisione, di essere corresponsabili. Questa generazione è ipercurata: non si può negare che questi ragazzi che non vorrebbero esistere sono allo stesso tempo ragazzi che si guardano allo specchio diecimila volte, che si curano nei minimi dettagli. Anche quella è cura? Loro pensano di sì, ma in realtà è la cura a cui ci hanno educato i media. È la cura del ‘comprami, mangiami, vendimi’. Non è la cura dell”impara a conoscere te stesso’, ‘ama te stesso’.

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C’è un verso di Liberato che dice: “Per entrare nell’anima ci vuole un sospiro, per cacciare una lacrima ci vuole un sospiro”. Per potermi emozionare ho bisogno di sentire l’altro. I nostri ragazzi l’altro non sono abituati a sentirlo, sono delle monadi, vivono per loro stessi. Dovremmo avere la forza e il coraggio di invertire la cultura imperante nella nostra società e provare a ritornare a riqualificare le relazioni, perché possano essere relazioni di attenzione reciproca, di capacità di cura”.

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“I bulli sono sempre esistiti. – ha continuato Giuseppe Scialla – Il bullo è colui il quale ha una reattività contro un contesto forte. Ha un background prodotto da una società che non elabora più valori, che non educa in un certo modo, che non dà certezze. Ognuno di loro si sente protagonista delle proprie azioni e le vuole manifestare nel modo più violento. I contenuti di video, film, videogiochi sono tutti votati a stimolare una reattività aggressiva: passa l’idea che solo l’energumeno, la persona forte, è capace di raggiungere degli obiettivi. Gli altri no.

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Il bullismo è una cosa seria: il ragazzo subisce un trauma in un momento di trasformazione, in cui si trasforma non serenamente ma con una turbolenza ormonale che cambia continuamente il suo modo di guardare la società, di elaborarla, di individuare se stesso all’interno di un progetto di vita. Sono pochi quelli che riescono a recuperare una serenità sociale, interiore e relazionale.

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Se una situazione non viene a galla, nessuno mai pensa di affrontarla. Per questo io penso che tutte queste idee editoriali, filmiche, rappresentative, sono necessarie a mantenere alto il tasso di attenzione su queste cose. Noi abbiamo una visione adultocentrica dei ragazzi, li guardiamo con i nostri occhi, e vorremmo avvicinarli con la nostra mappatura mentale. Loro non possono capirci quando parliamo di un futuro per loro perché noi rappresentiamo un modello di società che non è la loro, non abbiamo imparato gli strumenti che sono la loro società. Per questo loro si sentono soli, giudicati, sotto esame, e vivono spesso vergognandosi dei loro drammi”.

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