Giuseppe De Natale: il custode del vulcano

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Eppure è lì, tanto familiare che quasi ce ne scordiamo. È lo sfondo delle nostre fotografie, ma quasi mai il soggetto. Il Vesuvio è più di Napoli. Napoli deve al Vesuvio tutte le sue fortune oleografiche ed alle volte anche il contrario. Il prof. Giuseppe De Natale è uno scienziato, ma è – deve essere – qualcosa di più. È il custode del vulcano. Alla guida dell’Osservatorio Vesuviano, lo abbiamo intervistato.

osservatorio vesuviano

L’osservatorio vesuviano è un vanto per la nostra nazione, antichissimo, uno dei primi al mondo…

Quest’anno celebreremo i 170 anni di storia, fu infatti inaugurato nel 1845 sotto il Regno di Ferdinando II di Borbone, con il famoso convegno degli scienziati italiani che si tenne a Napoli in quell’anno. È stato il primo del suo genere al mondo. Non si chiamava neppure osservatorio vulcanologico, non esisteva la vulcanologia, ma “Reale Osservatorio Meteorologico Vesuviano”. Si riteneva infatti che la meteorologia e i fenomeni elettrici influissero sostanzialmente con le eruzioni vulcaniche. Era diretto da Macedonio Melloni, uno dei più grandi fisici che il mondo abbia conosciuto.

Qual era il rapporto che a quei tempi legava i napoletani al Vesuvio?

Era temuto. Il Vesuvio, all’epoca era in eruzione continua; lo è stato dal 1631 al 1944. Era in ciclo eruttivo, un po’ come oggi l’Etna. Poi è entrato in quiescenza, uno stato che può durare diverse centinaia di anni, ma anche di più. Ad esempio prima della celebre eruzione del 79 d.C. il vulcano era quiescente da 400 anni.

eruzione

Oggi quali sono i rischi che potrebbero derivare da un’eruzione?

Partiamo dal presupposto che il Vesuvio è un vulcano attivo. Non possiamo, però, prevedere i tempi della prossima eruzione. Ora è in quiescenza ma la geologia si fonda su un assioma: “tutto quello che è successo nel passato può succedere nel futuro”, è la cosiddetta “legge dell’attualismo”.

Ma ci sono segnali precursori, che in qualche modo avvertono dell’approssimarsi di un’eruzione?

Certo e sono anche molto evidenti. Ad esempio prima di un’eruzione aumenta la sismicità. Il magma quando sale, per farsi spazio tra le rocce, frattura la crosta causando terremoti. Il suolo inoltre si solleva per l’aggiunta del volume del magma. Quest’ultimo, inoltre, risalendo verso la superficie trasporta degli elementi chimici che prima non erano presenti nel terreno o lo erano in quantità ridotte. Noi ovviamente monitoriamo tutti questi fenomeni, costantemente. Non sappiamo però con precisione quanto tempo prima di un’eruzione questi fenomeni si manifestino. Spesso potrebbero essere solo falsi allarmi, sempre meglio dei mancati allarmi… Tutto ciò non è limitato solo al Vesuvio; il rischio vulcanico coinvolge anche Ischia e i Campi Flegrei. Oggi per il Vesuvio il livello di allerta (in una scala composta da verde, giallo, arancione e rosso) è verde, ossia il vulcano è assolutamente quiescente. Per i Campi Flegrei il livello di allerta è giallo, ossia di “attenzione”, che implica, semplicemente, un incremento del monitoraggio e maggiore comunicazione tra l’Osservatorio Vesuviano e la Protezione Civile.

campi flegrei

Le zone vulcaniche non sono però solo luoghi di rischio, ma anche di risorse, come la geotermia.

Deve pensare che nel nostro territorio dalla geotermia potremmo ricavare energia equivalente a quella di due centrali nucleari di media taglia. Senza però i rischi connessi e con un impatto ambientale bassissimo. Potrebbe essere il nostro petrolio, energia a basso costo attrattiva per le imprese e incubatrice di posti di lavoro.

Come si ricava energia dal suolo?

Noi l’energia la ricaviamo, semplificando, bruciando combustibile; con il calore prodotto riscaldiamo l’acqua che trasformandosi in vapore aziona turbine collegate ad alternatori che producono corrente. Nel nostro sottosuolo l’acqua è già calda naturalmente, il che chiaramente abbatte costi economici e ambientali. Oggi abbiamo tecnologie tali da limitare praticamente a zero ogni tipo di disagio per la popolazione, come potrebbe essere l’emissione di vapori, che possono venire reinseriti nel serbatoio geotermico profondo. Ci sono molti impianti di questo tipo in tutto il mondo e noi in Campania potremmo essere un’eccellenza in questo campo.

geotermia

Un’ultima domanda di colore, il Vesuvio dopo la guerra ha perso il pennacchio…

Con l’eruzione del 1944 si è chiuso il condotto del Vesuvio, che ha quindi bloccato lo sfogo naturale dei gas. Circola addirittura una leggenda metropolitana secondo cui gli americani bombardarono il cratere per riaprire il condotto e far “rispuntare” il caratteristico pennacchio. In realtà questo fenomeno potrebbe ripresentarsi solo in seguito ad una nuova eruzione, preferiamo quindi tenerlo così, è splendido comunque.

 

 

 

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