venerdì, 20 Set, 2019 Espresso napoletano

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I fiamminghi di Maiori

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Che cosa ci fa a Maiori un antico dipinto di scuola fiamminga? Nella terra dei limoni, aperta sul mare, un tempo facente parte della Repubblica di Amalfi, crogiuolo di culture diverse, particolarmente quella araba, e con monumenti affatto trascurabili, caratterizzanti di diverse epoche e stili, una traccia artistica nascosta resta ancora un’inspiegata presenza da outsider. Si tratta della pala d’altare — originariamente un polittico — composta di due storie della Crocefissione, d’ignoto maestro, esposta nella Cappella del Sacramento, nella chiesa di San Francesco. Databile al XV secolo, la pala è tenuta insieme da una carpenteria spuria, che testimonia i trascorsi dell’opera, forse reduce da restauri avventati o da migrazioni tra collezioni private.

interno della chiesa

La prima storia è la Crocefissione, ambientata sul Calvario, con il Cristo tra i due ladroni, nel momento in cui San Longino ne trafigge il costato e la Vergine sviene, sorretta da San Giovanni, con la Maddalena addolorata che abbraccia la Croce. Attorno, uno stuolo di figuranti disposti a stretto giro, quasi a mazzo di carte, dimostra ovunque una sensibilità, una gestualità ed una eleganza tipicamente cortese (come addirittura un paggio che sostiene lo svenimento della Madonna), figlia dell’incrocio tra Gotico e Rinascimento. Elementi imprescindibili della maniera fiamminga sono, ancor di più, i costumi, le espressioni, le rigidità dei corpi ed i panneggi dalle estremità geometricamente definite e nervose, come anche la posizione di spalle del ladrone di destra, inconsueta, come lo scorcio paesistico lindo e frigido, estraneo ai profili morbidi e caldi che si aspetterebbero da un dipinto meridionale. Infine, anche i piccoli particolari parlano di qualcosa di “estraneo”, come le minute gocce di sangue sul corpo di Cristo e del ladrone alla sua destra, o lo svolazzare non unidirezionale dei panneggi spinti dal vento. Insomma, benché la scena sia sacra, e la sua dimostrazione cruda, i suoi valori sono ancora fiabeschi e miniaturali, propri di una cultura, nella piccola Maiori, inaspettata.

dipinto

Parimenti per la storia di sotto, raffigurante la Deposizione nel sepolcro. La scena si apre con il canone dei figuranti sacri, San Giovanni con le tre Marie, e con l’uomo barbuto, probabilmente Giuseppe d’Arimatea, raffigurato in abiti turchi per la generica rappresentazione dei personaggi orientali, a quell’epoca. A questi si aggiungono, a sinistra e al centro, la coppia di committenti dell’opera, in costume moderno e di ascendenza nordica, con il marito intento ad adagiare il capo del Cristo nel sepolcro e la moglie a baciarne la mano, sostenuta da una dama alle sue spalle.

dipinto

Il dipinto è d’incerta datazione precisa, e ancor più è ignota la nazionalità dell’autore. Sì, certo, i tratti di Fiandra sono ovunque, e proprio ad un nordico pensò lo storico dell’arte Ferdinando Bologna quando, nel 1969, lo riferì all’ambito di Anversa. E tuttavia, non va dimenticato che la Napoli del tardo Medioevo era un mondo multiculturale d’influssi europei molto condivisi, non ultimo quello fiammingo. Artisti del genere erano tra i favoriti di Alfonso il Magnanimo, al punto di aver prodotto una vera tendenza artistica capace di imitare le specificità nordiche. Non è perciò da escludersi la mano di un artista nostrano che strizza l’occhio ai modelli d’importazione, in un esito che è a metà sfoggio di orgogliosa tecnica e capacità d’assimilazione.

foto di maiori

Perché mai a Maiori resta, tutto sommato, un blando mistero, giacché il caso, misto ai non sempre uguali equilibri storici tra centro e periferia, può far la differenza. Il vero mistero, ma anche il più risolvibile, è perché non studiarlo profondamente e con gli adeguati mezzi diagnostici. Altrettanto, come non rendersi conto di avere un tesoro degno dei più ricchi musei, ed esporlo e comunicarlo come un vanto civico, com’è anche la stupenda biblioteca dello stesso monastero di San Francesco in Maiori?