venerdì, 20 Set, 2019 Espresso napoletano

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I gelsi e la loro avvincente storia

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Il Gelso nero (Morus nigra L.) e il Gelso bianco (Morus alba L.) sono due specie arboree che hanno avuto un ruolo importante nella storia dell’umanità. Largamente coltivate in passato e oggi quasi dimenticate, sono qui trattate sia per i loro frutti commestibili, sia perché alle due specie è connessa la storia del baco da seta, storia di grande rilievo economico ed etnologico.

Linneo coniò il nome del genere Morus (dal latino mora = ritardo), in riferimento al tardivo risveglio primaverile dei gelsi rispetto agli altri alberi coltivati, mentre gli epiteti specifici alba e nigra delle due specie fanno riferimento al colore dei loro frutti.

Il Gelso nero è un albero alto fino a 15 m, simile nel complesso al Gelso bianco, ma più robusto, con rami più grossi e ruvidi. La corteccia è solcata e nera. Le foglie sono caduche, semplici, alterne, ovali, talvolta lobate a 3-5 lobi, larghe, cordate alla base, acuminate all’apice, seghettate ai margini, con picciolo di colore verde scuro, ruvide e lucide superiormente, più pallide e pubescenti inferiormente. I fiori unisessuali, verdi, sono riuniti in amenti; i fiori maschili sono formati da 4 sepali, 4 petali e 4 stami; mentre quelli femminili presentano quattro segmenti liberi che diventano carnosi durante la maturazione delle infruttescenze commestibili. Simili alle more di rovo, esse sono dapprima di colore verde, poi rosa e quindi nero-violacee a maturità, succose e di sapore gradevole dolce-acidulo.

gelso nero

Originario dell’Armenia e della Persia, il gelso nero è coltivato dai tempi antichi in tutto il bacino mediterraneo. In Italia, esso è diffuso in una fascia altitudinale che si estende dalla Pianura Padana fino alle colline e alle basse pendici montane, ad altezze non superiori ai 1000 m. Il gelso nero resiste alle intemperie e prospera in qualunque suolo fertile, rifugge da quello calcareo e ama esposizioni soleggiate. La pianta fiorisce in aprile-maggio e fruttifica da giugno ad agosto.

Utilizzata da tempi remoti nei paesi dell’Europa meridionale, fu citata dagli antichi scrittori greci e latini. Negli scavi di Pompei la pianta appare rappresentata sia nella «Casa del Toro», sia in un mosaico proveniente dalla «Casa del Fauno». Ovidio riporta che una pianta di gelso fu testimone del dramma di Piramo e Tisbe, l’amore dei quali era fortemente contrastato dai genitori (Metamorfosi IV,166). Si tratta di una storia mitica, antesignana ed analoga a quella di Romeo e Giulietta.

casa del fauno

La leggenda nel Medioevo divenne così popolare che anche Dante la ricordò nel Purgatorio (XXVII 36-39):

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte, e riguardolla,

allor che il gelso diventò vermiglio

Specie dal Settecento in poi fu molto presente nell’ispirazione letteraria e poetica, sia per ricordare antichi sapori mediterranei sia nella nostalgia per ambienti naturali scomparsi.

Il gelso nero era tenuto in grande considerazione, giacché era incluso nella lista delle piante utili fatta stilare da Carlo Magno. Invero, fino all’inizio del Medioevo, la produzione della seta fu un’attività esclusivamente cinese; in Occidente le stoffe arrivavano attraverso varie vie commerciali, delle quali, la più nota ed importante, era proprio la cosiddetta Via della Seta, aperta già in epoca precristiana. La leggenda attribuisce a due monaci basiliani l’introduzione in Occidente del baco da seta nell’anno 552. Costoro riuscirono a trafugare le uova dei bachi, nascondendole dentro alcune canne di bambù e le portarono a Giustiniano, che aveva promesso una grande ricompensa a chi ci fosse riuscito. Da Bisanzio la bachicoltura si estese a tutto l’Occidente, favorita anche dagli Arabi che la introdussero nel Nord-Africa, in Spagna e in Sicilia intorno al X secolo.

baco da seta

Successivamente, il gelso nero è stato coltivato per ornamento e per la produzione dei frutti, che servono anche per farne vino, marmellate e uno sciroppo acidulo piacevole, molto utile anche nelle infiammazioni della bocca.

In Italia la pianta fu utilizzata per la bachicoltura fino all’introduzione del gelso bianco avvenuta nel 1434.

 

Oggi, la specie sembra ormai destinata a scomparire o comunque a giocare un ruolo d’importanza secondaria, per il sopravvento sul mercato delle materie sintetiche concorrenti con la seta. Vanno comunque segnalati altri usi del gelso bianco: le more bianche, commestibili e ricche di zuccheri, per fermentazione danno dei liquidi alcolici.

gelso bianco

Le foglie di gelso bianco e nero sono ben note anche per il loro impiego nell’ alimentazione del bestiame. Infatti, al confronto con le graminacee e con l’erba medica, le foglie di gelso hanno una composizione chimica più ricca e sono più digeribili. Esse sono destinate tradizionalmente ai bovini e possono sostituire, senza svantaggio, i foraggi ordinari anche nelle bovine da latte. Appassite e macinate con il trincia-foraggi, le foglie di gelso possono essere utilizzate anche per l’alimentazione dei suini: la percentuale massima di foglie da usare deve essere del 10-15% della miscela. Dalle foglie di gelso si può ottenere un estratto che tinge in giallo le fibre tessili, ma che si usa specialmente per dare il lucido alla seta, poiché è ricco di sostanze gommose. Nella medicina popolare si usano sia i frutti che le foglie di gelso bianco. I frutti sono debolmente astringenti ed utili per la tosse ed i catarri bronchiali; le foglie sono astringenti e diuretiche, per cui sono usate in alcune regioni, specialmente negli edemi da idropisia, alla dose di 7,5 g in infuso in due tazze di acqua bollente, dopo frammentate; se ne beve una tazza la mattina, una la sera.

Il legno del gelso comune è di color giallo-chiaro, discretamente duro, di difficile fenditura, durevole, non molto pesante, si usa per lavori di falegnameria, e principalmente per la fabbricazione di botti e recipienti per il vino. La corteccia dei rami di gelso fornisce delle fibre che si utilizzano come materiale tessile essendo abbastanza simili a quelle del lino.