I piccoli principi del Rione Sanità

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Metti il caso che una scrittrice tarantina conosca a Milano una realtà che la spinga a scrivere di Napoli. È l’opportunità giunta a Cristina Zagaria, giornalista de La Repubblica, saggista e scrittrice, che nella capitale del Nord ha conosciuto la Fondazione Riva, che l’ha spinta a occuparsi di una particolare, spesso difficoltosa zona di Napoli: il Rione Sanità. Tutto nasce dall’intervento degli operatori della Fondazione, che hanno spinto una classe, anzi un club di bambini del quartiere, alla lettura collettiva de Il piccolo principe, capolavoro del lionese Antoine de Saint-Exupéry e pietra miliare della letteratura dell’infanzia (e non solo).

Ma i piccoli lettori cominciano tra loro, capitolo dopo capitolo, a parlare spontaneamente, ad intervistarsi reciprocamente, e a vestire dei loro panni le vicende del romanzo, con i disegni e con la parola. Ciò non è sfuggito agli operatori della Fondazione, che hanno appuntato questo tesoretto di fantasia, restituendolo alla Zagaria. A quel punto, l’autrice ha conosciuto e frequentato quegli stessi piccoli autori, prestando loro la sua penna per affrescare un romanzo fatto di piccole mani di scrittori involontari. Non è certo una favola rosa, però.

Quegli occhi infantili, vivacissimi, sono spesso tutt’altro che spensierati e disinvolti, capaci di immaginare un mondo che coincide con il loro stesso quartiere, di cui conoscono uomini e storie che fanno parte della loro quotidianità, ma sono magari lontani dai tanti secoli di storia e leggende, che sentono estranei e “privati”, pur camminandoci ogni giorno attraverso. Ecco perché – afferma la scrittrice – la buona letteratura è il binario privilegiato per appropriarsi di quella conoscenza, che è consapevolezza di vita, e che appartiene a tutti indistintamente.

La spontaneità narrativa dei bambini è impressionante, a partire dal modo in cui il pianeta del piccolo principe è divenuta una fetta di pizza, fino al valore vitale concesso all’oggetto libro, testimoniato dalla confessione entusiasta di una dei bambini, orgogliosa che il suo papà le avesse comprato una copia “coi suoi soldi”.  Fare libri buoni implica il cercarne di altrettanto buoni, ed è questa la magia delle lettere. Un circuito a cui partecipano soprattutto i piccoli editori, secondo l’autrice, che pubblicano con sforzo e passione testi valentissimi, ma che restano molti passi indietro rispetto agli alfieri della grande distribuzione.

Rivoluzionando gli scaffali dei megastore e delle librerie si potrebbe far ancor più, nella scelta dei libri, che non abbassarne il mero costo. La responsabilità di un bel libro, dunque sta in gran parte sulle spalle degli scrittori. Soprattutto quando traducono la voce di tanti e piccoli, come nel testo della Zagaria. Ho immaginato che ogni famiglia fosse uno dei pianeti del piccolo principe – racconta il suo metodo – translitterando i personaggi del romanzo negli uomini tipo suscitati dai bambini. Ad esempio, l’ubriacone di Saint-Exupéry è divenuto il giocatore d’azzardo, male denunciato dai piccoli autori.

Si è trattato di coniugare le maglie della fantasia autoriale al tappeto narrativo originale dei bambini, ma senza alcun “prestito”. Ovvero, tentare di declinare l’inchiesta giornalistica nelle pieghe della favola reale. Ciò significa considerare anche i disegni senza testo, i testi singoli e gli spunti propri dell’autrice, per costruire un testo coerente ed unico, che recuperasse Il piccolo principe senza esserne una supina parafrasi o un esercizio di stile. E quando c’è di mezzo l’infanzia (disagiata) la deriva retorica è un rischio dietro l’angolo. Il difficile dell’operazione, in cui l’autrice ammette di non esser riuscita, era far entrare anche un po’ della storia degli operatori della Fondazione, i primi veri interpreti del vento di lettere che spirava dai piccoli autori. 

I piccoli principi però non termina alla lettura, e vuole portare con sé i suoi autori (e tanti altri potenziali) oltre quei limiti antropologici forzati, estendendone la dimensione conoscitiva storica e contemporanea. Come? Con il rito del gioco, ad esempio. Quello del palloncino rosso, eseguito con i bambini, a cui viene chiesto di immaginare una o più possibili destinazioni per un palloncino annoiatosi di star fermo, col filo attaccato al venditore. Un coro di risposte. Ma che non immaginava di uscire dai vicoli della Sanità, e nemmeno di conoscerne il Cimitero delle Fontanelle.

Provare perciò a scrollarsi l’oppressione di un piccolo mondo significa evadere verso una crescita personale che è un diritto sacrosanto. Andare via per poi tornare, per scelta però. Cristina Zagaria immagina un pullman, un treno o magari un aereo di bambini della Sanità che girano l’Italia per raccontare i loro pianeti, ma anche per conoscerne di nuovi. Magari in collaborazione con le scuole e con tutti gli enti educativi, per tramutarlo in ‘un Erasmus dell’infanzia’. È proprio vero che i buoni libri non sono mai traguardi ma partenze.

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