Il bisogno di raccontare

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Al Liceo Genovesi un seminario con lo scrittore Maurizio de Giovanni

 

“Come è profondo il mare”… sono parole di una bellissima canzone di Lucio Dalla. Ed è anche tanto… il mare. Contiene tanta acqua. Ed è proprio questo ultimo inciso che Maurizio de Giovanni prende a prestito da un grande scrittore, Eduardo Galeano, che si pregia di aver conosciuto personalmente. E ci regala questo ricordo personale, o meglio ci racconta che in un piccolo paese dell’Uruguay, nel quale le esalazioni delle miniere portano alla morte a circa quarant’anni, lo scrittore sudamericano nativo di Montevideo spiegava che la scrittura gli consentiva di portare il mare a chi non lo conosce, a chi non ce l’ha, e che ciò avrebbe richiesto anche una intera notte, a causa della enorme quantità di acqua.

“Il bisogno di raccontare” è il titolo del primo seminario che si è tenuto, il 1° dicembre 2016, nell’Aula Magna del Liceo Statale Genovesi, che ha visto protagonista lo scrittore Maurizio de Giovanni, e che ha dato l’abbrivio ad una serie di incontri che si terranno successivamente. I lavori, aperti dai saluti di Gaetano Manfredi (Rettore dell’Università di Napoli Federico II), Arturo De Vivo (Prorettore) ed Edoardo Massimilla (Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici), sono stati introdotti da Maria Filippone (Dirigente  scolastico del Liceo Genovesi) e Pasquale Sabbatino (Coordinatore del  Master in Drammaturgia e Cinematografia della Federico II).

A questi incontri prenderanno parte oltre ai giovani della scuola e agli universitari ex allievi anche tutti coloro che amano leggere. Perché, come si evince dalle parole dello scrittore, l’obiettivo è proprio quello di promuovere la lettura. “Non dobbiamo dimenticare la parola scritta che non può essere raffrontata con nessun altro mezzo di fruizione della realtà. Solo attraverso la lettura e cioè attraverso quel lavoro che il libro ci costringe a fare, ossia immaginare, noi prendiamo parte al processo di produzione delle immagini. Sullo schermo – continua de Giovanni – c’è una immagine predigerita, premasticata, omogeneizzata, ma non c’è immaginazione. A monte del bisogno di raccontare c’è sempre la paura, e l’immaginazione ci serve per creare una realtà immaginaria e farci catturare da essa poiché ognuno di noi porta un po’ di mare che fa da contraltare alla paura”.

Ed è con estremo garbo che lo scrittore definisce gli studenti come sacerdoti della paura contro cui nasce l’esigenza necessaria e non redimibile di far passare la notte immaginando il mare. Paura e mare come alfa e omega.

E come si fa a non rimanere persuasi dall’affermazione che è solo attraverso la lettura che accade un qualcosa che consente al lettore di scavalcare il muro del proprio io con un processo di immedesimazione… Il racconto è un viaggio nel quale l’autore funge da guida turistica.

E a conclusione di una mattinata densa di immaginazione, in una fredda giornata di dicembre, il sole ci accoglie all’uscita nella austera Piazza del Gesù, scintillante come una donna elegante avvolta nel proprio abito da cerimonia. E sorrido, accettando di buon grado i complimenti che mi riserva questo scrittore di successo: ha notato la mia acquisita abilità a prendere appunti senza smettere di guardare il viso e l’espressione di chi parla. Perché se è vero che negli occhi c’è la nostra anima, vorrei che mi si svelasse il più possibile quella di colui che ho di fronte!

E ancora un ultimo pensiero sulle parole dette e su quelle che più silenziosamente aleggiavano in quell’Aula Magna. Con l’esortazione fatta ai giovani, quasi un inno alla non omologazione, a fare, immaginare in maniera personale, senza omologarsi a tutti gli altri. Pur sapendo che, a volte, la fantasia può essere terribile, come ci racconta de Giovanni ragionando insieme a noi su un dettaglio del quadro del Caravaggio raffigurante le Sette opere di Misericordia, visto qualche giorno prima, nel quale è raffigurato un vecchio che viene allattato da una donna.

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