domenica, 21 Lug, 2019 Espresso napoletano

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Il catechismo dei ribelli

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Catechismo vuol dire istruire oralmente. La base di ogni comunicazione, ancor prima della dimestichezza con il testo sacro. Ma non necessariamente i suoi concetti devono essere religiosi, e nemmeno anti religiosi. Nel fervore repubblicano del 1799, a Napoli, la breve Repubblica lasciò dietro di sé la traccia di un magmatico stuolo di atei di ferro e di mangiapreti. O almeno così li dipinse la propaganda sanfedista. Ma, all’interno stesso del clero, diversi furono gli uomini di Dio che si adoperarono per favorire quelle nuove e giuste idee d’oltralpe, che provavano a far sorgere dai meccanismi di un feudalesimo fuori tempo i germi dello stato di diritto. Tra questi, Michele Natale è sicuramente tra i più rappresentativi, e l’effetto delle sue azioni continua ancora oggi a riverberarsi.

frontespizio del catechismo repubblicano

Vescovo della diocesi di Vico Equense, a due passi da Sorrento, illuminata da presenze di grandi uomini di cultura come Paolo Regio, nel Cinquecento, Natale era stato un modesto uomo di potere nelle gerarchie ecclesiastiche, ma affiliato fin da giovane alla Massoneria ed aperto religiosamente alle teologie protestanti. A Vico, dal 1797 allo scoppiare della rivoluzione due anni dopo, produsse (o forse ne curò solo una ristampa) un testo che voleva usare i tradizionali meccanismi dell’evangelizzazione per indottrinare il popolo, conciliando la Repubblica con la fede: Il catechismo repubblicano per l’istruzione del popolo e la rovina de’ tiranni. Gli esemplari stampati, più o meno furtivamente, per non dire clandestinamente, recano il generale riferimento: “Napoli, l’anno prima della Repubblica Napoletana”, quasi a smussare la memoria.

Il testo è in tutto e per tutto una parafrasi del Catechismo della Chiesa Cattolica, articolato in 35 dialoghi, con domande e risposte tra due ipotetici interlocutori. Il linguaggio è estremamente semplice, con un procedere così necessariamente didascalico ed elementare che si crederebbe il testo rivolto a bambini, invece che a uomini e donne. Ma i suoi contenuti sono sorprendenti. È anzitutto stabilito un principio di universale fratellanza nel definire il popolo come «uno, che abbraccia tutti gli uomini della terra», ma che è diviso in nazioni per la troppo grande estensione del mondo. La seconda questione infiamma già gli animi. Chiedendo l’interlocutore come mai i popoli non abbiano tutti lo stesso governo, essendo uguali, il catechista risponde: «Perché i governanti, invece di servire ai bisogni del popolo, hanno servito ai proprj interessi, hanno oppressi i popoli in diverse maniere, ed a queste diverse oppressioni hanno dato differenti nomi di governo».

Il discente è poi invitato a rendersi conto della necessità dei governi, in grado di poter tutelare bisogni e proprietà dei singoli, ma che la sola unione dei singoli nel popolo sia l’unico avente diritto alla scelta dei governi, in un’epoca in cui vigeva il diritto divino all’ascesa al trono. E quale sarà mai questo giusto governo? Quello del popolo, naturalmente, che è detto democratico. Ora, per innestare questo concetto, il Natale si serve del paragone con la Genesi, argomentando di come i primi figli di Adamo vivessero in una famiglia “democratica”, e che il prevalere dell’ambizione di pochi abbia messo fine a ciò. Natale vuole anche spiegare il meccanismo della rappresentanza politica, ma anzitutto deve provare a spiegare sic et simpliciter che sia la legge stessa.

Il fine è condurre gli uomini fuori dalla viltà di un governo tirannico e renderli capaci di «dire liberamente i suoi pensieri, ed [avere tale]energia da attaccare apertamente i suoi oppressori. Dunque non ci sono prepotenti, dove ci sono uomini liberi». A tal punto bisognava individuare i tiranni, per definizione i nobili. Ma per spirito di tolleranza e cristianità, questi non sono esclusi apriori, bensì «quei che hanno bruciato i loro titoli […], che s’interessano pel pubblico bene e si confondono cogli altri cittadini, meritano di essere tanto più stimati». Il catechismo fissa la nuova nobiltà nelle virtù patriottiche e nell’abnegazione per il bene comune.

Così come per lo stato, anche per la fede la democrazia è l’ideale: «I soli preti, adunque, che non possono amarlo [il governo repubblicano], sono quelli che vogliono dei ricchi benefizj, senza interessarsi del bene delle anime; che vogliono essere assediati da’ servitori, e di dominare sugli altri come altrettanti tiranni, contro lo spirito dell’Evangelio, il quale ci insegna che Cristo disse ai suoi discepoli che colui il quale vorrebbe dominare gli altri, sarebbe l’ultimo fra di loro». Natale spiega poi la differenza tra libertà ed anarchia, e che l’uguaglianza rivoluzionaria non è una livella, bensì una garanzia legale che permette agli uomini di distinguersi col metro della propria virtù. Dunque, chiudendo l’opuscolo: «Nel sistema dell’eguaglianza si devono adunque rispettare le proprietà di ogni individuo, ma non si deve permettere che il ricco opprima il povero».

All’indomani della Repubblica, di cui Natale divenne anche sindaco della municipalità di Vico, lo stesso Ferdinando IV che l’aveva creato vescovo ne ordinò la condanna a morte, dopo averlo fatto sconsacrare da tre vescovi. Salì sul patibolo in Piazza Mercato, assieme ad Eleonora Fonseca Pimentel. Il suo catechismo (a prescindere dall’effettiva paternità) continua ad essere un testo prezioso, ma sconosciuto. Vagamente ancora clandestino. Natale, intanto, pagò il suo osare anche da morto. Nel primo Ottocento, l’intera diocesi di Vico Equense fu cancellata ed accorpata a quella di Sorrento. Ma non è tutto. Nella sagrestia della splendida ex cattedrale della Santissima Annunziata, la serie dei ritratti vescovili eseguita dal pittore Francesco Palumbo ha, al posto dell’effige di Natale, un putto che invita al silenzio. Una damnatio memoriae in piena regola. Ironia della sorte: fu lo stesso papa Pio VII a sconsacrare i vescovi che sconsacrarono Natale, assieme ad altri prelati sanfedisti colpevoli di atrocità.