Il cinema “sociale” di Giuseppe Alessio Nuzzo

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Una professoressa gli diede l’opportunità di partecipare ad un corso di regia per ragazzi, ed il lavoro che ne scaturì fu addirittura premiato da Giorgio Napolitano e Rita Levi Montalcini

A metà strada tra il sogno e la vita vera, c’è il cinema “sociale” di Giuseppe Alessio Nuzzo.

Ventisette anni, campano di nascita e di cuore, una passione per il cinema che dalle nottate di un adolescente passate a guardare film, a sedici anni – grazie alla scuola – è diventata qualcosa in più.
Un mezzo per affrontare quegli argomenti di cui si fa sempre un po’ di fatica a parlare ma su cui si può e si deve porre l’attenzione.
Dal suo primo corto, sul terremoto d’Abruzzo, premiato dal Presidente della Repubblica, ad uno più recente, dedicato ad una malattia che in Italia colpisce più di seicentomila persone, quel sedicenne è cresciuto e con lui il suo modo di fare e promuovere cinema in Campania.
Regista, fondatore e direttore del Social World Film Festival di Vico Equense, organizzatore di mostre ed eventi culturali, oggi Giuseppe Alessio Nuzzo si racconta così.

Foto di: Giuseppe Bruno

Com’è stato il tuo approccio al mondo del cinema?
Il mio primo, vero, approccio col cinema l’ho avuto a scuola. Una professoressa mi diede l’opportunità di partecipare ad un corso di regia per ragazzi. Così realizzai un corto che fu addirittura premiato da Giorgio Napolitano, insieme al Premio Nobel Rita Levi Montalcini: tutto questo, per un ragazzo di appena sedici anni, è stato una spinta a continuare.

“Lettere a mia figlia” è un lavoro che racconta dell’Alzheimer. Perché questa scelta?
Perché ho voluto dare voce ad un dolore comune a tante famiglie, compresa la mia. Ho scelto il motivo della lettera per mostrare l’Alzheimer dall’interno della persona affetta dal morbo. La lettera segna anche il passare del tempo: se all’inizio il protagonista, vestito di tutto punto, scrive con la stilografica, a poco a poco, in pigiama, passa alla biro, finché scrivere gli è completamente impossibile.

Più che un corto, preferisci chiamarlo “film breve”.
Sì, perché rende di più l’idea del lavoro che c’è dietro, che è quello di un film: una crew di oltre trenta persone, una postproduzione importante. Tra l’altro, mi stanno chiedendo di sviluppare “Lettere a mia figlia” in un film vero e proprio.

Com’è stato lavorare al fianco di Leo Gullotta?
Ho conosciuto Leo al festival che dirigo, il Social World Film Festival, una mostra internazionale del cinema sociale di Vico Equense. In quell’occasione ho avuto modo di raccontargli questa storia. Allora era soltanto una suggestione. Poi buttai giù la sceneggiatura e gliela mandai. Dopo circa dodici ore – solitamente le reazioni da parte di attori importanti si fanno attendere anche sei mesi, un anno – mi chiamò e disse: “quando vogliamo iniziare?”

 

Parlami invece del lungometraggio “Le verità”: in che senso è stato una sfida?

“Le verità” è nato da una sfida nell’ambito del progetto Film4young: riuscire a dare vita a un film interamente prodotto e realizzato da giovani. Tra l’altro è un genere insolito per l’Italia: il thriller psicologico.

Cosa consiglieresti ad un giovane che vuole fare cinema?
Di seguire comunque i sogni: oggi non è facile realizzare questo tipo di prodotti, ma si può, anche con piccoli mezzi, basta che ci sia un’idea forte. E poi bisogna sviluppare tutto al massimo, anche se è un progetto piccolissimo.

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