sabato, 21 Set, 2019 Espresso napoletano

Storie e bellezze di Napoli on line

Il lavoro artigiano dei calzolai Romani

0

“Tu, solito a stirare con i denti pelli di ciabatte già consunte ed a mordere una vecchia suola infradiciata di fango, ora possiedi i campi prenestini del defunto patrono… Or sbronzo di Falerno generoso, infrangi belle coppe di cristallo”.
In questo epigramma (9.73) Marziale immortala un sutor nella Roma imperiale, che ha raggiunto nuova e ingente ricchezza. Il poeta non è l’unico a parlar di calzolai: Catone, Cicerone, Giovenale, per citare i principali, criticano spesso nei loro scritti l’attenzione che i Romani sembrano rivolgere alle calzature, sconfinante persino nel feticismo, ora per puntare il dito sull’eccessivo lusso dei costumi (di Eliogabalo, ad esempio, si diceva che non indossasse mai due volte lo stesso paio di scarpe); ora per vagheggiare l’austerità degli avi.

lavorazione sandali

Questo accessorio era fra i più richiesti, innanzitutto perché rappresentava uno status symbol, che consentiva di distinguere al primo sguardo un cittadino da uno schiavo (per lo più scalzo); e figura, infatti, nell’editto dei prezzi di Diocleziano, fra i beni di consumo più importanti. I nobili indossavano, abbinati alla toga, i calcei, che coprivano il piede fino alla caviglia; i senatori sfoggiavano alti gambali di pelle nera e morbida, una sorta di stivali, chiusi lateralmente da quattro stringhe, in mancanza di una comoda zip. Ai vertici della gerarchia sociale, poi, spettava un tipo speciale di calceus detto mulleus, di un raffinato cuoio rosso; ai cittadini comuni, invece, il pero, in grosso cuoio tipico di contadini e montanari.

calzari romani

Anche allora le mode condizionavano gli stili, soprattutto se provenienti dall’estero (Gallia, Grecia e Egitto esportarono con successo a Roma le proprie calzature, gallicae, crepide e bazae): il calceus fu sostituito dalla caliga, un sandalo vero e proprio che lasciava il piede scoperto, nato come calzatura militare, in quanto poggiante su una suola piuttosto robusta su cui erano piazzati fitti chiodi (ai piedi dei soldati ritratti sulla colonna Traiana a Roma); e poi apparve il campagus, quello indossato da Giustiniano nel famoso ritratto su mosaico nella chiesa di San Vitale a Ravenna, sebbene lì ornato di gemme e ricami preziosi.
Intorno al gesto quotidiano dell’infilarsi i calzari, che accomunava proprio tutti gli strati della società, si sviluppò pure una ricca scaramanzia (cui non si sottrassero neppure gli imperatori, a cominciare da Augusto) giunta fino a noi: portava male, infatti, scendere dal letto con il piede sinistro, starnutire nei calzari, oppure indossare quello sinistro col piede destro, trovare infine al mattino il sandalo rosicchiato dai topi.

Topo che rosicchia

E naturalmente il lavoro del calzolaio crebbe di importanza fino a diventare assai redditizio: tale categoria artigiana annoverava (a differenza di altre, spesso neglette a livello sociale) fra le sue fila quasi mai schiavi, ma cittadini liberi, protetti da Apollo Sandalario e da Minerva, cui era consentito lavorare in città e riunirsi in corporazioni. Accanto alla vendita al dettaglio, inoltre, essi gestivano un ingrosso di calzature, che, con appositi appalti, serviva a coprire la domanda dei grandi numeri, come quella delle forniture ai militari. Ricchi caligari sono ricordati nei loro monumenti funebri (a volte davvero sontuosi) ora con l’effigie di un piede, ora con gli strumenti del mestiere (pezzi di cuoio, forme appese ai ganci).
Nessuno stupore dunque nel leggere Marziale, che quasi quasi tradisce, nell’invocazione finale alla sua Musa, insieme allo sdegno per tanta volgare ostentazione, un certo rammarico per la sua condizione di uomo di cultura, che frequenta retori e grammatici, ma  con pochi guadagni: “Spezza, o Talia, le penne mie leggere e lacerami i libri, se una semplice ciabatta può dar codesti beni a un ciabattino! ”