Il mistero delle grotte di Due Porte all’Arenella

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Un Codice da Vinci a Napoli? No. Molto di più. Molto più sottile. Ma soprattutto, non è fiction.

Sepolte sotto i piedi degli abitanti di Piazzetta Due Porte all’Arenella si celano delle ‘cave’ che, appena qualche secolo fa, furono frequentate.

Gli ambienti sono emersi da più di vent’anni, eppure ancora quasi sconosciuti. Nel 1985, Fulvio Salvi, geologo napoletano, ebbe a trovarsi all’ingresso di un anfratto di tufo in via Carlo Cattaneo, durante una perlustrazione. Mettendo il piede in quell’oscurità, poté appurare che si trattava di molto più di una semplice cava. Gli si rivelò agli occhi un sistema di ambienti collegati, con colonne, nicchie e incassi, che una volta dovevano ospitare sculture e lapidi.

foto dell'antro

A colpirlo maggiormente fu una decorazione pittorica che simula un’antica muratura romana, l’opus reticolatum, ed anche un frammento di affresco con un soggetto egizio. In fondo, un’intera parete scolpita nella forma di un volto mostruoso. Decisamente fuori dall’ordinario.

Qualche anno dopo, Salvi coinvolse in merito l’ing. Clemente Esposito, decano della speleologia napoletana. Dopo una nuova discesa nel 2004 — fotografata e filmata — ipotizzarono la possibilità che quelli potessero essere i ‘laboratori’ dell’antica Accademia dei Segreti, rimasti nella memoria di alcuni anziani del luogo come ‘il teatrino’. Ovvero i resti di una villa rinascimentale di Giambattista della Porta, dove lo scienziato napoletano radunò attorno a sé diverse intelligenze per sperimentare l’alchimia, già due secoli prima del Principe di Sansevero.

L’ipotesi è stata condivisa anche da Larry Ray, giornalista texano che ha lungamente vissuto a Napoli, partecipando alle indagini sul sito.

L’accesso a quei luoghi, già privati, è stato reso impossibile dopo il 2009 e sia lo studio delle ipotesi, sia la possibilità di nuove ricognizioni, sono venuti meno.

Ma perché aver pensato a della Porta? La cartografia antica, spesso approssimativa, raramente poteva rilevare gli antichi casali agricoli del Vomero e dell’Arenella, e meno che mai il villaggio delle Due Porte, allora comunità extra moenia di meno di un migliaio di anime. Inoltre, l’attuale profilo della zona è stato notevolmente alterato dall’urbanizzazione postbellica. Tuttavia, una testimonianza della residenza dellaportiana viene dallo storico Pietro Giannone che, in una lettera del 1741, annuncia di volersi ritirare alle Due Porte per studiare, e affida al fratello il compito di porre un’iscrizione (mai installata) che celebri la presenza del della Porta in quella contrada (Giuseppe Paradiso, 2000).

grotte

Sul finire del secolo poi, Lorenzo Giustianiani, conferma la notizia di Giannone e ricava anche la possibile origine del toponimo ‘Due Porte’ proprio dalla presenza della villa (Dizionario Geografico-Ragionato del Regno di Napoli, 1797). Dunque, già in epoca borbonica, della residenza restava solo una traccia letteraria.

Dopo la morte dello scienziato, i suoi beni passarono alla famiglia Di Costanzo e il villaggio si arricchì di altre proprietà e monumenti, come Villa Anna e la cappella intitolata S. Maria di Porta Coeli e San Gennaro, ancora in loco. Nessuna di queste più recenti costruzioni però, potrebbe aver inglobato la residenza della Porta o essere confusa con quella, vuoi perché sopra le ‘cave’ scoperte da Salvi c’è ora un palazzo in cemento, vuoi perché difficilmente una nuova villa ‘residenziale’ sarebbe stata dotata di ambienti così singolarmente decorati (nemmeno in un giardino romantico, dove a quelle profondità non sarebbe vegetato mai nulla), per poi sparire senza lasciar traccia. Una bizzarria del genere, invece, poteva perfettamente accordarsi all’estro di un uomo dotto del tempo, dedito all’esoterismo, come Giambattista della Porta. Ambienti ipogei si giustificherebbero per questo tipo di attività, necessitante di un ritrovo raccolto.

antri sotterranei

Perfino la decorazione troverebbe una sensatezza. La parete scolpita potrebbe rimandare alle tante forme capricciose del Manierismo italiano, come quelle simili del Vignola, al Sacro Bosco di Bomarzo. Il frammento pittorico all’egiziana, che pare rappresentare Iside ricevente libagioni sacre mentre allatta Horus, ricorda come la dea fosse considerata patrona della magia dagli antichi. D’altronde è lo stesso della Porta, nel suo De furtivis literarum notis del 1563, a lodare ampiamente i linguaggi criptografici e geroglifici degli Egizi, quale forma di trasmissione elettiva del sapere. E il letterato napoletano fu il cardine dei tentativi rinascimentali di presentare la ‘magia naturale’ come canale di ogni nuova conoscenza. Infine, la repentina chiusura dell’Accademia da parte dell’Inquisizione nel 1578, spiegherebbe anche l’apparente vuoto di testimonianze coeve.

 

Qui terminano le osservazioni desumibili dalle evidenze. Che tutto questo identifichi quei resti e attribuisca il sito all’accademia dellaportiana è solo una supposizione. Nessuna ipotesi può essere costruita senza l’opportunità di nuove visite in quei luoghi, che però già rappresentano di per sé una preziosa pagina di storia napoletana, ancora nell’ombra. E tutto ciò che è nell’ombra, è un mistero ancora da rivelare.

altorilievo

Uno speciale ringraziamento a Larry Ray e a Fulvio Salvi per il loro personale contributo.

Tutte le referenze fotografiche e video appartengono al sito www.napoliunderground.org

Per vedere il video: https://www.youtube.com/watch?v=Xue_imJ2H5U

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