Il Museo delle Arti sanitarie di Napoli agli Incurabili

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Sebbene il nome faccia pensare al peggio, l’Ospedale degli Incurabili fu intitolato così proprio perché, quando fu fondato, ormai quasi cinquecento anni fa, aveva in cura i casi clinici più complicati, e, nelle poche possibilità mediche del tempo, risolveva la maggior parte delle sue cure nella degenza e nel conforto umano e religioso dei malati.

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E così come la scienza è avanzata nei secoli, elevando l’ospedale a riferimento nella medicina, la componente religiosa ne ha incessantemente permeato lo spirito, con presenze come quelle dei santi Gaetano Thiene, Alfonso Maria de’ Liguori, Caterina Volpicelli, e quelle di medici come Domenico Cotugno e Cosimo Maria de Horatiis. Oppure con Giuseppe Moscati, che ne sintetizzò le istanze, curando anima e corpo.

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Dotandosi il complesso della famosissima Farmacia, realizzata a metà Settecento da Bartolomeo Vecchione su progetti di Domenico Antonio Vaccaro, aggiungeva al suo valore medico e spirituale un valore artistico, altissimo. E così come nella Farmacia sono rappresentati il Ventre di Partenope e quello di una puerpera, il complesso stesso si è fatto ‘pancia’ della città, soffrendo del bombardamento nella Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto avendo offerto il meglio delle proprie viscere mediche nel primo Conflitto.

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Oggi, l’eredità di questa storia di uomini, di sangue, di vita, santità e scienza si è fatta degnamente Museo delle Arti Sanitarie, ospitato all’interno dell’ospedale, che ha allestito dallo scorso settembre, per la fortunata intesa tra il professor Gennaro Rispoli, direttore del complesso, e il generale Gabriele Lupini, entrambi medici, la mostra La Grande Guerra nelle corsie degli Incurabili, dedicata al fronte interno della Guerra, e agli sforzi di tutto il personale della Croce Rossa nel sostenere non solo i suoi militari ma ogni singolo ferito, ritenuto per definizione sacro e neutrale.

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La mostra, che alimenta la collezione permanente del Museo in quattro sale, ha il suo ingresso da una tenda militare coeva, dalla quale si accede ad uno scenario che ricostruisce non solo le linee belliche, ma ‘la trincea dietro la trincea’, fatta di medicina da campo ma anche di testimonianze, cimeli, corrispondenze, fotografie e giornali, per raccontare l’arte di guarire e sperare nella vita pur nel peggiore dei momenti.

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Lo spirito della mostra e dell’ospedale è ancora quello di Ferdinando Palasciano — sottolinea il generale Lupini — ufficiale borbonico che, durante i Moti di Messina, contravvenne agli ordini facendo curare anche i feriti della parte avversa, e patì per questo un anno di carcere, dopo la grazia del re Ferdinando II che lo salvò dalla pena capitale.

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Ma questa umanità, testimoniata dal Museo e dalla mostra, significa anzitutto una solida organizzazione, come quella dispiegata dalla Croce Rossa appunto nella prima Guerra Mondiale, con circa diciottomila uomini e sessantotto ospedali da guerra, tre chirurgici mobili, ben trentadue ambulanze da montagna etc. Non poteva che essere così a Napoli — continua il prof. Rispoli — che ha avuto il primo caduto della Guerra ed eroi come Vincenzo Tiberio. Ma per fare la Storia occorre guardare anche al futuro, e tra i progetti in cantiere degli Incurabili c’è la nascita di una Scuola di chirurgia, così da permettere alle giovani risorse di formarsi adeguatamente nel proprio Paese.

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E poi ancora la ricerca di fondi per il restauro delle chiese del complesso, così da recuperare frammenti di storia irrimediabilmente sottratta, come l’ala dell’ospedale bombardata, nella quale Giuseppe Moscati — sottolinea orgogliosamente Rispoli — curò ben duemilacinquecento feriti provenienti dal Carso, tra cui il suo stesso nonno, e che ha generato una personale simpatia per “don Peppino, che era meraviglioso, e aveva un modo di affrontare la cura ed una dolcezza incredibili”. Ecco l’eterna formula che sposa il bisturi al pennello e alle stellette.

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