lunedì, 16 Set, 2019 Espresso napoletano

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Il Piano Verticale di Antonio Fresa rivela e svela le emozioni

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Dopo un interessante numero di collaborazioni con i musicisti Joe Barbieri, Nino Buonocore, Bungaro, solo per citarne alcuni, e un nutrito scrigno di composizioni per il cinema – tra cui il film di animazione “La Gatta Cenerentola” (nel 2018 premiato con 2 David di Donatello), che lo ha visto anche in veste di produttore – , Antonio Fresa porta sul mercato discografico “Piano Verticale”, il primo album solista.

Otto brani in cui il suo pianoforte disegna paesaggi sonori delicatissimi, arricchiti da violini sognanti, fiati delicati – tra cui la tromba del ritrovato Luca Aquino -, bandoneon inquieti e un appassionato cello, che ci prendono per mano e ci sollevano nel blu del cielo, oltre le nuvole, facendoci volteggiare nell’aria e sospingendoci a sorvolare immense distese di prati verdi.

Il Piano Verticale di Fresa è un viaggio potente e lieve, intimo, a tratti struggente, a volte epico, mai doloroso, che lascia adagiare nell’anima l’armonia della bellezza, troppo spesso smarrita dagli uomini, ben sintetizzata negli haiku – piccoli componimenti poetici – a firma dello scrittore Lorenzo Marone presenti nella copertina interna del disco.

Il Piano Verticale, come hai spiegato nel tuo live napoletano, è quello con cui tutti iniziano, bambini, a studiare questo strumento. È, dunque, un ritorno alle origini, ai primi vagiti musicali? 

Da un lato è questo, dall’altro ha significato affrontare una parete simbolica, scalare una roccia, nel momento in cui mi sono misurato con me stesso dopo una serie infinita di collaborazioni musicali. Con questo disco ho voluto avere la meglio sulle reticenze e i sabotatori interni, perché è un lavoro che dovevo anzitutto a me.

Quindi Piano Verticale, primo disco solista, potrebbe essere considerato come l’inizio della seconda vita artistica di Antonio Fresa? 

Sì, è proprio la mia seconda vita, il mio nuovo inizio, complice anche la nuova tana, la Writing Room, il luogo dove trascorro tanto tempo da solo per scrivere, creare, pensare, immaginare. 

E cosa c’è in questa seconda vita?

«C’è un percorso artistico in cui la concentrazione su Antonio è molto alta. Oggi ci sono io al centro e tutto il resto delle collaborazioni artistiche, che vorrò sempre continuare, graviteranno intorno a questo centro».

Infatti il disco sembra essere un vero e proprio viaggio interiore. Cosa hai provato mentre lavoravi alla sua realizzazione?

La parte più creativa è consistita nell’aver disegnato un’ambientazione sonora intima, che mi corrisponde. Il “mio” pianoforte è velato, grazie all’utilizzo della sordina il suono è soffice, arriva all’orecchio come un sussurro. È un suono che  vuole dichiaratamente far uscire allo scoperto le emozioni, quelle che spesso tutti noi rendiamo mute o esprimiamo poco e male. E dalle reazioni del pubblico mi sto rendendo conto che il disco è riuscito nel suo intento perché dopo i concerti molti mi scrivono di aver pianto nel tragitto di ritorno verso casa o alcuni li vedo piangere durante l’esecuzione. Come se questa musica sciogliesse a tutti noi qualcosa dentro.

Il protagonista indiscusso del disco è il pianoforte, ma ci troviamo dentro anche altri strumenti come la tromba, il sax, il cello, il bandoneon. Come si sono connessi al tuo piano verticale?

Sono tutti strumenti i cui timbri aiutano ad entrare in questo flusso emotivo molto forte e che creano una vibrazione interna. Alcuni hanno la caratteristica della ensamble della musica da camera, non classica, poi c’è un brano registrato con l’orchestra al quale ho aggiunto un bandenon e un assolo finale di sax ad opera di Raffaele Casarano, un gigante. Il suo modo di suonare lascia di stucco.

La copertina del disco è un chiaro riferimento alla cultura giapponese

Il Giappone mi ha lasciato un segno dentro, è un luogo al quale sono molto legato. Più in generale, mi piaceva l’idea di entrare in relazione con un’estetica armoniosa, come quella giapponese, che ho riprodotto anche nel mio nuovo studio. Infatti la copertina è una delle pareti della Writing Room. In questa direzione vanno anche gli haiku, a cura dello scrittore Lorenzo Marone, che in soli tre versi di diciassette more ha raccontato l’armonia del disco.

Quali sono i progetti futuri di Antonio Fresa e del suo Piano Verticale?

L’idea è quella di portarlo nei salotti, nei luoghi raccolti e intimi dove può “dialogare” con la gente. Poi c’è il progetto di andare fuori dai confini nazionali perché questa è una musica che parla un linguaggio universale.