lunedì, 09 Dic, 2019 Espresso napoletano

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“Il senso del dolore”, la versione teatrale in scena al San Ferdinando

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Il commissario Ricciardi prende vita sul palcoscenico del Teatro San Ferdinando. Dal 26 dicembre al 6 gennaio in scena “Il senso del dolore”, trasposizione teatrale del primo capitolo della serie noir creata da Maurizio de Giovanni. Il commissario Ricciardi e i tanti personaggi della vicenda saranno interpretati da un cast di attori capitanato da Claudio Di Palma – che firma anche l’adattamento del testo e la regia dello spettacolo – nel ruolo del popolare commissario, con Chiara Baffi nei panni di Maddalena Esposito, Antonello Cossia in quelli di Lasio, del Vicequestore Garzo e del Maestro Pelosi, Francesca De Nicolais in quello di Bambinella, Renato De Simone nei ruoli di Stefano Bassi, dell’Impresario Marelli e di Michele Nespoli, Antonio Marfella in quelli del brigadiere Raffaele Maione e del Dottor Modo, Alfonso Postiglione è Don Pierino, Lucia Rocco è Livia Lucani.

il senso del dolore
La vicenda: Napoli, 1931. Marzo sta per finire, ma della primavera ancora nessuna traccia. La città è scossa dal vento gelido e da una notizia: il grande tenore Arnaldo Vezzi – voce sublime, artista di fama mondiale, amico del Duce – viene trovato cadavere nel suo camerino al Real Teatro di San Carlo prima della rappresentazione di Pagliacci. A risolvere il caso è chiamato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in forza alla Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli. Investigatore anomalo, mal sopportato dai superiori per la sua insofferenza agli ordini ed evitato dai sottoposti per il carattere introverso, Ricciardi coltiva nell’animo tormentato un segreto inconfessabile: fin da bambino vede i morti nel loro ultimo attimo di vita e ne sente il dolore del distacco. Mentre i giorni passano e il vicequestore incalza, timoroso dell’impazienza del regime che da Roma chiede chiarezza ed esige che i colpevoli siano consegnati alla giustizia, la città freme sotto un alone cupo e livido, il risentimento cova nei vicoli e nei bassi, i raggi del sole illuminano a squarci le facciate degli antichi palazzi. Attento alle esigenze dei più deboli, il commissario segue il suo senso di giustizia per dare un nome all’assassino. Cominciano con l’inverno le stagioni di Ricciardi: il cammino al confine tra due mondi di un uomo condannato a guardare e amare da una finestra, interprete del disagio di un luogo sospeso tra luce e ombra.

«Napoli – scrive Claudio Di Palma – è città in cui si crede al fatto che i morti “sostanzialmente” persistano ed è soprattutto questa singolare dottrina, col culto che ne consegue, a fare di Napoli una città superstiziosa. I morti, infatti, ancorché tali, sono ritenuti sempre e comunque superstiti. Stanno ancora, insomma, sopravvivono in una qualche forma credibile. Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi è inquieto testimone sensoriale di questa presunta resistenza dei defunti. E lo è non tanto, e non solo, perché lui i morti li vede, in particolare quelli deceduti per cause violente, ma perché è egli stesso il prodotto di una vita solo presunta ancorché credibile. “Le spalle di Ricciardi perdono consistenza, come le cose quando diventano ricordi”. Di questo ci avverte Maurizio de Giovanni concludendo una simpatica postfazione al Senso del dolore in cui descrive un suo incontro reale col commissario. L’autore riconsegna, quindi, la sua creatura al senso ed alla forma di una memoria. Non lo restituisce come una sporadica evanescenza immaginaria, ma come qualcuno da poter ricordare anche se non più esistente. Un morto appunto. Nell’immaginare, quindi, il luogo scenico da eleggere a possibile crocevia di questo strano miscuglio tra ricordo e morte mi ritrovo a prefigurare una stanza della memoria. Quella dell’autore che scrive dei suoi personaggi e della loro storia, quella del commissario che li re-cita redigendo il verbale sui fatti accaduti. I due sono officianti sovrapposti di una complessa superstizione in cui i superstiti, i sopravvissuti, non sono solo quelli già esistiti, ma anche quelli mai esistiti».

 

Letterata per formazione. Giornalista per vocazione. Scrivo di teatro perché è magia e immaginazione, rimedio e cura. Perché quello che accade dietro il sipario mi sembra più vero di quello che c'è fuori.