giovedì, 12 Dic, 2019 Espresso napoletano

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Il sindaco poeta

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Fu il cantore della libertà contadina e il portavoce di una società meridionale che si ribellava all’arretratezza e al latifondo pur rivendicando i propri valori millenari.

Poeta, contadino, sindaco poeta. Tre parole che si combinano tra loro per descrivere una personalità anomala che ha saputo scardinare e ricombinare la propria esperienza in eccezione. Rocco Scotellaro fu un figlio di ciabattino, uno studente, poi socialista, sindaco, poeta, studioso. La sua storia personale inizia nel 1923 in una Italia inesistente: il meridione selvatico, la Basilicata dei contadini, dei braccianti agricoli, degli analfabeti e nullatenenti. Rocco Scotellaro apparteneva a quella schiera di giovani, cresciuti sotto il tallone del fascismo, che videro nella fine della guerra e del regime un’occasione perché le cose cambiassero realmente. Il nuovo corso delle cose avrebbe dovuto portare finalmente giustizia per i contadini poveri, uno Stato che rappresentasse la volontà dei cittadini e un riscatto del Sud da secoli di trascuratezza.

Il suo percorso di studi inizia a Tricarico, paese natale, grazie a enormi sacrifici del padre e alle possibilità offerte dalle istituzioni ecclesiastiche; arriverà anche a frequentare i primi anni di Università a Roma, interrotta per via della guerra e della morte del padre. Inizia in quegli anni la sua intensa attività politica che lo porterà alla carica di sindaco socialista di Tricarico, all’età di soli 23 anni. Fulcro del suo impegno politico è un discorso critico ed effettivo sulla condizione delle campagne del meridione d’Italia. Il nuovo corso della storia, inaugurato dalla fine della guerra e dal referendum repubblicano, non poteva ignorare i grossi problemi e le evidenti disparità esistenti tra Nord e Sud. Qui i territori agricoli erano ancora vicini alla condizione del latifondo, e l’arretratezza del lavoro si rispecchiava sia nella esigua produzione di generi che nella vita misera condotta dai braccianti agricoli. Il mondo rurale degli ultimi, dei lavoratori, è ciò che interessa al giovane Rocco. Il riscatto da questa condizione di povertà e di esclusione, in un tempo storico di ottimismo, di corsa alla modernità industriale, rende la sua azione impopolare e insieme esemplare. Alcuni lavoratori di Tricarico lo ricordano ancora, ne parlano con vivida tenerezza, come di un ragazzo che si sedeva con loro a bere un bicchiere di vino rosso, a domandare di loro, ad ascoltarne dialetto arcaico. È un interesse non solo politico, ma anche poetico e intellettuale. I suoi scritti, comprensivi di poesie, racconti, inchieste e un testo teatrale, girano intorno a questo mondo antico che la civiltà ha lasciato alle spalle, un po’ per disinteresse e un po’ per lontananza. Le sue liriche, in particolare, danno voce a uomini analfabeti e paesaggi muti e sconosciuti. Di lui si occupò anche Eugenio Montale, nostro massimo poeta del ‘900, che di lui disse: “Rocco Scotellaro ha potuto lasciarci un centinaio di liriche che rimangono certo tra le più significative del nostro tempo… in lui l’impasto tra la vena che direi internazionale e la vena popolare hanno trovato un’insolita felicità d’accento”. Lontano dal mondo intellettuale, ebbe come guida e sostegno Carlo Levi, suo mentore, che ben conosceva ciò di cui il ragazzo lucano andava parlando. Ad Aliano, in Basilicata, Carlo Levi aveva vissuto il suo esilio, e vi aveva ambientato Cristo si è fermato a Eboli, un resoconto lucido e carico di pietas di una parte del Paese fino a quel tempo sconosciuta.

Se Levi contribuì a promuovere e interpretare lo spirito di un territorio, fu Scotellaro a rappresentarne il vero volto, differente in ogni caso dal torinese e intellettuale Levi. Egli si occupò della pubblicazione postuma di tutti i suoi scritti, poiché realmente li comprese e ne condivise la poetica. Cantore della civiltà contadina, in Scotellaro non è possibile scindere l’attività poetica da quella politica. Avendo vissuto l’infanzia e lunghi anni dell’età adulta in un centro rurale, era ben conscio della situazione disumana in cui sopravviveva la civiltà contadina: le carenze alimentari e igienico-sanitarie, un caporalato spietato e intransigente, l’estrema e costante povertà. Sin dall’inizio della sua attività politica si dedicò quasi esclusivamente allo sradicamento di queste fonti di malessere secolare.

Fu eletto sindaco (socialista) nel 1946, per mano dei “suoi” contadini; il suo mandato fu all’insegna dell’occupazione simbolica delle terre (era ancora lontana la riforma agraria del 1953) e dell’impegno per la costruzione di un ospedale a Tricarico. All’epoca le strutture ricettive erano due (a Potenza e a Matera) per tutta la Basilicata; infrastrutture inesistenti e distanze isolavano i centri rurali dalla possibilità di cure e assistenza sanitaria. Il suo attivismo come sindaco fu stroncato da un arresto improvviso nel 1950: fu accusato di concussione, truffa e associazione a delinquere dai suoi avversari politici e per questo costretto al carcere per 45 giorni circa. Fu assolto con formula piena per non aver commesso il fatto, e la sentenza stessa parlò di cospirazione politica ai suoi danni. La sua carriera politica fu macchiata e stroncata, la delusione e l’esperienza del carcere lo provarono duramente fino al punto da deciderne l’ abbandono dell’attività politica.

Cominciò per lui una nuova vita, all’insegna dell’attività letteraria e lo studio. Manlio Rossi Doria, suo grande amico, gli affidò un incarico all’Osservatorio Agrario di Portici, dove compì ricerche e studi sociologici sulla cultura e sulle condizioni di vita delle popolazioni del sud per conto della casa editrice Einaudi. Le sue interviste convogliarono nell’incompiuto Contadini del Sud, inchiesta sulla civiltà contadina basata su interviste a lavoratori e sull’osservazione delle loro condizioni di vita. Oltre a rappresentare un’importante fonte di informazioni e uno studio dettagliato, è evidente l’interesse e l’umanità di Scotellaro nel redigere questa relazione. Gilberto Marselli, sociologo meridionalista e amico di Rocco Scotellaro, ricorda le giornate trascorse insieme ai tempi dell’Osservatorio. Nei suoi giorni napoletani, Scotellaro si stabilì a Portici, dove poteva più facilmente raggiungere l’osservatorio che lì si trovava e tuttora si trova. La giornata di studio e ricerca proseguiva fino a sera, quando essi si recavano a Napoli, nei caffè frequentati da Luigi Compagnone, Michele Prisco, Domenico Rea, con i quali intrattenevano rapporti di amicizia e intellettuali. Marselli racconta (in un documentario prodotto da Pupi Avati nel 2010) che Rocco preferiva tornare, più che con mezzi pubblici o auto, con un curioso autostop, nel quale chiedeva un passaggio agli agricoltori che ritornavano nelle campagne dopo aver venduto i loro prodotti in città. Facevano ritorno a Portici su carretti trainati da bestie da soma, con contadini stanchi che raccontavano la giornata di lavoro, gli affari, i raccolti. Emergeva un volto diverso della civiltà napoletana dell’epoca, fatto di degrado, campagna, fatica. La sua fame di umanità non andava mai a dormire, nemmeno alla fine della giornata. Di lì a poco la sua esperienza umana e professionale terminò. Fu stroncato da un infarto, a Portici, a soli 30 anni, intensissimi di vita e di instancabile lavoro per il riscatto di una umanità sempre attuale di lavoratori e diseredati.

 

 

La mia bella Patria

Rocco Scotellaro

Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema.
E la mia Patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
Il mio seme lontano.