domenica, 17 Nov, 2019 Espresso napoletano

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Il “tablet” degli antichi romani e altri supporti di scrittura

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Anche i nostri antenati romani avevano i loro tablet. Erano tavolette, di legno di cedro, di bosso o anche di avorio, ricoperte di cera bianca o colorata, su cui i giovani incidevano con un pennino aguzzo, detto stilo, che all’altra estremità era invece schiacciato e arrotondato per consentire correzioni e ripensamenti, proprio come una moderna gommina per cancellare.

tavolette cerate

Questo sistema fu poi affiancato da uno più simile alla classica ‘carta e penna’: invalse l’uso di affidare i propri pensieri ad una cannuccia, che si intingeva nell’inchiostro, per vergare resistenti pergamene (tratte da pelli animali, di pecora o di vitello) o delicati papiri.

supporti scrittori

Si scriveva su un verso solo, continuando di seguito sul foglio successivo attaccato sotto, avvolto poi a formare un cilindro, chiuso da un bottone d’osso o di legno. Di solito ogni cilindro conteneva un solo libro: contando i rotoli, perciò, si poteva conoscere il numero dei libri di cui era composta un’opera. Anche allora i tarli intaccavano l’integrità dei rotoli e a volte se ne rendeva necessaria una sorta di manutenzione, per mano di ‘operai specializzati’, con pomice e cedro: Orazio vi accenna in un punto della sua celebre lettera sulla poesia, che, se degna di essere conservata, va “unta con olio di cedro e riposta in uno scrigno levigato di cipresso”, per resistere all’usura del tempo e giungere così ai posteri.

scrittura antichi romani

Certo, queste operazioni rendevano i libri oggetti pregiati e costosi. Ciò almeno fino a quando il prezioso, delicato rotolo (detto volumen, perché si avvolgeva) di papiro fu sostituito dal codex, cioè da un libro che, come quelli moderni, appariva di forma squadrata con fogli cuciti su un dorso, di modo che si potesse sfogliare, consultare per singole pagine, trasportare e tenere in casa, ponendosi cosi le premesse di una vera e propria rivoluzione editoriale destinata a durare fino ad oggi.

scrittura antichi romani

Ai Romani piaceva scrivere: lettere personali (quelle di Cicerone, di Plinio, di Seneca sono rimaste immortali), ma anche piccoli appunti, nel corso della giornata magari trascorsa al Foro. Essi portavano perciò sempre con sé lo stilo e alcune tavolette di forma oblunga, su cui veniva all’occorrenza sciolta la cera per poter annotare qualcosa negli scambi commerciali o nei giudizi. Ricorrevano in questi casi a diverse abbreviazioni, veri e propri simboli stenografici, di cui si dice Cicerone fosse espertissimo, tanto da averne escogitato alcuni che riunissero molti caratteri insieme.