sabato, 14 Dic, 2019 Espresso napoletano

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Intervista a Kaballà, “l’uomo che ama(va) le donne”

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Una sensibilità artistica decisamente fuori dal comune per uno spessore umano e creativo altrettanto difficili da incontrare in una sola persona. Catanese di origine anche se segnato da un profondo legame con Napoli, Giuseppe Rinaldi, in arte Kaballà, è una delle firme più prestigiose e versatili del panorama musicale italiano e internazionale come autore, musicista e compositore. Numerose le sue collaborazioni anche in ambito teatrale e cinematografico: da Francis Ford Coppola per il Padrino III con il brano Brucia la Terra su musiche di Nino Rota ad Alexander Galin, Daniele Pignatelli, Massimiliano Bruno solo per citarne alcuni. La sua anima multipla e la connaturata irrequietezza interiore contraddistinguono da sempre la sua identità straripante e inafferrabile.

kaballà

Pippo Kaballà semina negli anni esperienze anche nel musical oltre che nel teatro classico con l’adattamento in lingua siciliana e greco moderno delle Supplici di Eschilo per la regia di MoniOvadia nel 2015, all’opera teatrale Il Canto di Nessuno, singolare trasposizione musicale dell’Odissea in lingua siciliana. Attualmente porta così in scena tre spettacoli in chiave rigorosamente acustica: il concerto reading con omaggio al cinema Viaggio immaginario nella Sicilia della memoria, l’operina musicale con lettura scenica e fotografia, Di là del mare, liberamente ispirata dall’omonima novella rusticana di Giovanni Verga e lo spettacolo Ventod’amore, fatto di canzoni, immagini e letture sul tema amore.

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La sua cifra stilistica, capace di coniugare musica, poesie e letteratura, scivola così, amabilmente, tra la sua incessante ricerca dell’insolito espressivo e la collaudata esperienza autorale entrata già da qualche tempo nella squadra dei compositori della Sugar. Eros Ramazzotti, Carmen Consoli, Alessandra Amoroso, Anna Oxa, Paola Turci, Nina Zilli, Antonella Ruggiero, Noemi KatherineJankins, Raf, Alex Britti, Mario Venuti, JoshGroban, Vincent Niclò e Placido Domingo sono solo alcuni dei nomi per cui Kaballà ha composto alcune delle canzoni più belle del loro repertorio.

Ti si potrebbe definire “l’uomo che amava le donne” per un chiaro riferimento a Truffaut da cui il brano che scrivesti per la Zilli, ma quale è veramente il tuo rapporto con il femminile?
“Non poteva esserci brano più azzeccato da scrivere! Per me l’universo femminile è un viaggio che non ha mai fine, la donna è un elemento centrale della mia vita; non finisce mai di stupirmi e affascinarmi con la sua bellezza, la sua intelligenza, il suo mistero, le sue contraddizioni. Amo le donne come un uomo le può amare ma con un’anima femminile! È questo che mi fa scrivere spesso e volentieri canzoni che loro interpretano e mi piace immedesimarmi nei loro sentimenti, nel loro modi di essere. Anche questo è un modo per amarle, per capirle, anche se Schopenhauer diceva che “le donne non vogliono essere capite vogliono solo essere amate”… e forse aveva ragione!”.

Sei un autore, facente parte oggi di una grande major, ma hai mantenuto stretto il tuo legame con la canzone d’autore e con il cinema attraverso un percorso fatto di ricerca letteraria e contaminazioni stilistiche oltre che linguistiche. Come riesci a coniugare questi due aspetti della tua vita artistica e che valore hanno per te?
“Dopo la mia esperienza da cantautore, ho sempre pensato che il rapporto con la lingua, l’immagine evocativa, la letteratura, la ricerca linguistica avrebbero comunque fatto parte della mia cifra stilistica di autore “tout court”. Ho fatto del mio meglio per mantenerla viva anche sotto celate vesti nelle canzoni che scrivevo pur se in maniera necessariamente più semplice, comprensibile, diretta e universale. Mantenere questo equilibrio fra cultura “alta” e “popolare” non è semplice, ma io spero, come alcuni mi riconoscono, di esserci riuscito il più delle volte.

Qual è il tuo rapporto con la terra di Sicilia? E Napoli?
Per me la Sicilia è la madre da cui fuggi e ritorni sempre, è il rapporto controverso di Amore/Odio, è il sogno, l’infanzia. Lo rappresento bene nel mio spettacolo “Viaggio immaginario nella Sicilia della memoria” dove narro e canto di una Sicilia senza tempo, fatta di ricordi, allusioni, metafore parole dei suoi poeti-intellettuali che l’hanno resa grande. È volutamente una Sicilia senza tempo, solo così riesco a preservare con essa un rapporto autentico e viscerale. Solo così ne rimango indissolubilmente legato. È la Mia Sicilia, terra di rara bellezza e profonde contraddizioni, un po’ come il mare che è il tutto, è la luce abbagliante e il buio profondo, l’abisso imperscrutabile dell’anima e la leggerezza, la calma e la tempesta è la più grande metafora dell’esistenza umana. Camus diceva che “soltanto la musica è all’altezza del mare” e questa la dice lunga sull’importanza che ha per me e perché spesso è protagonista delle mie canzoni. Potrei paragonare l’unicità di questo legame con quello che ho con Napoli, un rapporto unico e speciale. Napoli, la sua caotica estraniante bellezza, “un paradiso abitato da diavoli” di crociana memoria, è un pezzo importante della mia esistenza. È la mia adolescenza, il mio romanzo di formazione, notti senza fine, canzoni a squarciagola, la mia “pazza zia soprano e mamma di musica”, gli amori e le amicizie forti, vere e indissolubili”.

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Tra interprete e autore, perché sia vincente la strada, occorre una simbiosi quasi perfetta. Che peso ha il rapporto umano con l’artista interprete di un tuo brano?
“Si può anche scrivere per pura tecnica e mestiere e spesso accade così per molti autori. Le canzoni circolano, vengono richieste da produttori, manager e discografici. Gli editori che hanno gli autori in esclusiva si muovono in questo senso, fungono da trait d’union fra questi mondi e gli autori di canzoni. Superfluo dire che il rapporto umano, quando c’è, è la dimensione migliore che ti possa capitare; solo cosi si riesce ad interpretare al meglio l’anima di colui o colei che canterà la canzone poiché da quel momento dovrà farla sua, ad essa imprimerà il suo timbro vocale e dovrà essere amata e cantata dal suo pubblico. Ci sono poi casi di collaborazioni fisse e durature come quello, ad esempio, fra me e Mario Venuti che dura da molti anni; essa nasce da una stima artistica, intellettuale e da una lunga amicizia che nella fattispecie attingono a una sorta di metodo psicanalitico, dove io fungo da levatrice di idee e spunti artistici che nascono,crescono e diventano canzoni”.

Nasce prima la canzone o l’artista per il quale comporre?
“Ambedue sono strade egualmente praticabili. A volte nascono le canzoni che trovano il loro interprete ideale senza che siano state scritte per qualcuno in particolare e spesso rimangono nel cassetto molto tempo prima di trovare quello giusto. Altre hanno come stimolo una voce, uno stile espressivo preciso e nascono immaginando il cantante o la cantante a cui in genere viene proposta, altre ancora vengono richieste all’autore dall’artista stesso o dai suoi collaboratori più stretti. A me e agli autori con cui collaboro sono capitate le varie possibilità ma devo dire che l’ipotesi che mi affascina di più e che forse è la più difficile è quella della canzone che nasce e trova nel tempo l’interprete che al meglio la valorizza. Mi è successo, per esempio, con il brano “Echi d’infinito” che era nel cassetto e che Antonella Ruggiero sentì casualmente, se ne innamorò e fece suo, lo interpretò straordinariamente e vinse la sezione donne nel Sanremo del 2005”.

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La tua esperienza artistica e musicale si muove attraverso infinite collaborazioni anche internazionali che ti hanno visto al fianco di svariati mondi musicali dal pop alla world music, dalla canzone d’autore al mondo del cinema, cosa ti aspetti ancora da te stesso?
“Questa è una domanda complessa a cui faccio fatica a rispondere. È vero ho avuto tanto da questo mestiere ma nel frattempo in questi ultimi anni il mondo della canzone, della musica leggera è talmente cambiato e con una tale velocità che a volte me ne sento avulso, estraneo, stretto. Spesso mi viene voglia di fermarmi e guardare altrove, in campi dell’arte che mi hanno sempre affascinato e dove ho ancora tanto da scoprire e sperimentare. Mi piace pensare sempre di più alla musica senza le parole, alle suggestioni che danno le immagini, la pittura, la fotografia, il cinema (ho ultimato in questi giorni le musiche di un docufilm indipendente) ma poi mi ritrovo a guardare al me stesso degli inizi, a quando ero solo un cantautore interprete delle mie canzoni. In questi ultimi anni lentamente e timidamente ho ripreso alcuni miei vecchi brani aggiungendone altri inediti, mi sono riappropriato della lingua siciliana e dei suoi suoni, ho fatto incursioni interessanti nel teatro e ho cominciato a collaborare con un giovane e talentuoso pianista siciliano Antonio Vasta che mi accompagna con i suoi arrangiamenti trasponendo la mie composizioni in territori più vicini alla musica classica e alle colonne sonore. Così ho ripreso il gusto di frequentare piccoli palchi per un piccolo pubblico che mi segue e che mi ascolta, attento e silenzioso. Ecco quello che forse mi aspetto veramente da me stesso: vecchie e nuove emozioni da ri-scoprire in luoghi diversi, un ritorno alle origini che mi fa bene, non so dove mi porterà, nè cosa mi aspetta. Ma, per adesso, mi piace così”.

In che direzione credi stia procedendo la musica e che pensi dei giovani autori?
“Nel mercato della cosiddetta musica leggera nuovi generi hanno preso il sopravvento e i giovanissimi ne sono i fruitori. La trap, il rap, il cosiddetto genere “indie” che poi sostanzialmente non ha niente di indipendente nella vecchia accezione del termine, ma è solo il nuovo pop che va in radio. E tante sono le nuove modalità di scrittura delle canzoni. Ma anche qui il discorso è lungo ed articolato e ci vorrebbe un’intervista a sé per approfondirlo. Comunque io non sono un nostalgico e penso che queste nuove forme di espressione abbiano dentro tanti aspetti innovativi e interessanti nonostante non è detto che qualcosa sia buona solo per il fatto che sia nuova. Così anche nella musica come nella vita bisogna saper discernere tra ciò che è bello e ciò che non lo è affatto. Per esempio, un difetto che trovo abbastanza spesso nelle nuove composizioni è una certa pigrizia melodica come sostiene anche il mio amico Francesco Bianconi dei Baustelle con cui collaboro spesso. Insomma, bisogna allargare i propri orizzonti anche verso altri generi molto distanti dalla nostra cultura musicale che ha matrici nobili e importanti senza avere atteggiamenti preconcetti o snobistici ma conservare sempre la stella polare del gusto e della bellezza”.