sabato, 21 Set, 2019 Espresso napoletano

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La clinica napoletana dei lupi mannari

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Credere che i vari Remus Lupin di Harry Potter e Jacob Black di Twilight (per citarne solo alcuni), siano tutto frutto della fantasia dei loro creatori è cedere troppo all’immaginazione. Dietro le invenzioni di lupi mannari e creature sovrannaturali c’è una tradizione conoscitiva plurisecolare, che alimenta, col beneficio dei classici, felicemente, tutte le invenzioni moderne. Talvolta con un’inclinazione ancor più affascinante, di un tempo in cui le mostruosità che venivano annotate nei “bestiari” medioevali si trasformarono in una riflessione medica analitica, sebbene lontana dai canoni scientifici.

frontespizio del De medendis humani corporis malis ars medica

Un tempo in cui superstizione, fantasia, fervore religioso e tradizioni leggendarie facevano da appoggio per l’edificazione della conoscenza scientifica, con la esse maiuscola. Tra gli studiosi di lupi mannari, un medico napoletano del Cinquecento fa particolare eccezione. Donato Antonio Altomare, docente universitario a Napoli e apprezzato filosofo e medico, nel suo De medendis humani corporis malis ars medica, pubblicato a Napoli nel 1553, dedica un particolare passo all’insania lupina, in greco detta licantropia, nel nono capitolo.

un licantropo, incisione del XIX secolo

Benché fosse l’Altomare già un innovatore rispetto alle persistenze favolose della medicina, al punto di ingaggiare polemiche intellettuali ed urtare financo l’Inquisizione, il suo racconto ha ancora tutto un alito romanzesco, che, più che servire da tema ad una trattazione medica, sarebbe d’ispirazione a romanzi e sceneggiature. Secondo lo studioso, che tenta di descrivere un’evidente malattia psichiatrica, e che infatti collega la licantropia all’ambito delle malattie “melanconiche”, dalla semplice inclinazione contemplativa alla instabilità mentale più profonda, il licantropo avrebbe contratto un morbo che lo induce ad uscire nelle notti di febbraio e, imitando un lupo fin nell’ululato, circondare le tombe, fino a disseppellire cadaveri e trascinarne le membra nelle pubbliche strade.

4.	Shawn Garrity, Un licantropo nel modello del’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci

I segni della malattia sono la faccia pallida, gli occhi secchi, incavati, di vista debole, privi di lacrimazione, così come secca è la lingua, che induce ad una sete estrema e ad un eccesso costante di bava. Consiglia poi i pochi rimedi che potevano escogitarsi al tempo: il consueto salasso e diversi bagni d’acqua dolce. Le osservazioni di Altomare sono integrate anche dal letterato Tommaso Costo, che riferisce, nel suo prontuario sulle malattie mentali, di un tale Fornaretto da Lugo, licantropo che una notte disseppellì tale messer Simone, morto fresco di idropisia, dal cimitero ebraico, e si servì del suo cadavere per giocare a palla davanti a tutta la comunità, costringendo anche i più taccagni a sborsare un obolo per la pulizia dal puzzo degli umori sprigionati dal corpo idropico ad ogni colpo, che chiama “minestra”.

fotogramma dal film The Wolfman

Niente peli irsuti e zanne, né metamorfosi nelle notti di luna piena e pallottole d’argento, ma, al di là della bizzarra diagnosi medica e degli improbabili aneddoti, ciò che spaventa realmente è la possibilità che, sulla scorta delle parole di eminenti studiosi, qualcuno sia mai stato additato come lupo mannaro e trattato come tale, con il pretesto magari di tentarne la guarigione dalla malattia, provocata, tra l’altro, dal contatto con una “bile” canina (probabilmente la rabbia). Tanto per finire col fascino del morso del lupo.