domenica, 08 Dic, 2019 Espresso napoletano

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La collezione Minozzi di Vincenzo Gemito al Museo di Capodimonte

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“È gran fortuna la vostra, o cavaliere, di veder papa il cardinal Maffeo Barberino; ma assai maggiore è la nostra, che il cavalier Bernino viva nel nostro pontificato”. Così scrive il biografo Filippo Baldinucci sul rapporto mecenati-artisti, al punto da far ammettere all’allora neoeletto papa Barberini (Urbano VIII) che fosse ancor più utile che un artista come Gianlorenzo Bernini andasse al suo servizio, rispetto alla sua stessa ascesa. Ovvero che il potere è nulla senza l’arte. Con questo spirito può esser salutata e conosciuta la più recente acquisizione del Museo di Capodimonte, la Collezione Minozzi di Vincenzo Gemito.

Acquistata dal MiBACT nel 2013 con diritto di prelazione dagli eredi del grande architetto napoletano Luigi Cosenza (già erede Minozzi), la raccolta è valevole non solo per il numero e la preziosità delle opere, ma perché resuscita e rende pubblica una collezione già storica, e perché racconta un progetto di collezionismo ed un rapporto di patronato e di amicizia tra uomini.

Voluta da Achille Minozzi, illuminato imprenditore napoletano vissuto tra Otto e Novecento, la collezione non è il frutto di scelte di gusto o di occasionali commissioni, bensì quasi il “pedinamento”, la costante assistenza, morale e materiale, che l’imprenditore seppe offrire al caposcuola napoletano Vincenzo Gemito lungo numerosi anni di tormentato ritiro e debolezza personale, raccogliendone memorie e piccoli segmenti di produzione per farne la propria collezione.

Il massimo morale dunque del mecenatismo, laddove il rapporto di compravendita cede il posto ad una minuziosa opera di salvaguardia dell’identità di un artista e diviene al contempo una preziosa collezione borghese, che esemplifica coscienziosamente l’antica lezione di Urbano VIII. Composta da trecentosettantadue opere, tra disegni, bronzi, marmi e terrecotte, occupa le sale 80-83 del secondo piano del museo, dove ne è stata temporaneamente allestita una scelta di novanta.

Ciò che caratterizza questa collezione è la possibilità di respirare letteralmente nella vita e nelle opere di un artista già notissimo, ma qui raccontato ai lati della sua ufficialità, in schizzi, bozze, disegni appuntati, improvvisazioni e tutto quel corollario vitale che racconta non l’opera fatta ed esposta, ma piuttosto il processo creativo, il turbinio di un atelier, le introspezioni, la quotidianità, l’omaggio. Tra le opere, una serie di disegni di vario soggetto, di cui i ritratti ed autoritratti di particolare rilievo; altrettanto per i ritratti scolpiti, come ad esempio il busto di Giuseppe Verdi o il c.d. “Ritratto di filosofo”. La Collezione Minozzi è l’opportunità di un recupero di un intero segmento di storia dell’arte napoletana, in cui mecenate ed artista sono sullo stesso piano, a fronte, invece, della tendenza all’acquisizione o alla esposizione di una singola opera spogliata di ogni relazione e voce, e imposta come icona mistica da venerare.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se l’acquisizione della Collezione Minozzi non consista in un’enumerazione di capolavori (che pur non mancano), ma piuttosto sia l’insieme di uno scenario dapprima domestico, che testimonia un convivio armonico e saggio tra imprenditoria e arte, ed oggi aperto a tutti; e tanto mostra la mancanza di successivi esempi, quanto conserva la densità e la bellezza della creazione di Gemito, in quanto “classico”, ovvero eternamente valido perché non rappresentativo solo di una stagione o movimento. Non è un caso che l’allestimento inizi e termini con i ritratti di Achille Minozzi e Vincenzo Gemito, ad intendere quasi la citazione puntuale di un racconto, le cui virgolette siano proprio i volti del mecenate e dell’artista.

Info: La collezione è visitabile soltanto in determinati orari. È consigliabile contattare il Museo prima della visita.