La lotta al crimine organizzato in Campania

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Questa mattina, nella suggestiva cornice dell’Aula Magna storica dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, al Corso Umberto I, si è svolta una tavola rotonda dedicata al Generale di Brigata dei Carabinieri Gennaro Niglio (1949-2004), Medaglia d’Argento al Valor Militare. Partendo dalla figura del Generale, l’incontro – moderato dal giornalista Tony Capuozzo – ha affrontato un tema complesso e di grande presa, “La lotta al crimine organizzato in Campania dagli anni del dopo terremoto ai giorni nostri”.

 

Dopo i saluti del rettore Gaetano Manfredi, padrone di casa, e del Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette, la tavola rotonda è entrata nel vivo con gli interventi di numerosi relatori, che hanno trattato il tema attraverso puntuali ricostruzioni storiche e sociologiche, che sono partite dall’analisi della figura e dell’azione di Gennaro Niglio per andare poi a ricostruire l’evoluzione nel tempo dei fenomeni criminali.

Va sicuramente evidenziato che nessuno dei relatori ha perso mai di vista nel suo intervento l’importanza dei valori messi in campo da tutti gli operatori di giustizia nello svolgere il loro delicato compito di lotta al crimine, dalla fedeltà alla Costituzione e al popolo, al rispetto dei collaboratori, al senso del dovere, alla serietà e all’abnegazione, tutti valori fondanti dell’Arma dei Carabinieri, che ogni giorno vede tanti suoi uomini in prima linea in questa dura battaglia.

Gennaro Niglio è stato un esempio per tutti, tenace, determinato, mai domo nel combattere i fenomeni criminali, dalla ‘ndrangheta alle cosche mafiose siciliane; proprio come Comandante della Regione Carabinieri Sicilia concluse prematuramente la sua brillante carriera nel 2004, scomparso a soli 55 anni in seguito a un grave incidente automobilistico. Dall’analisi della sua figura sono nati nel corso della mattinata numerosi spunti, trattati dai relatori con grande lucidità ed efficacia.

Interessante l’intervento di Paolo Macry, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Federico II, che ha presentato al pubblico una brillante ricostruzione storica: partendo dai “magliari”, i venditori di stracci, di pezze, che oggi sono quelli che vendono ad esempio giubbini rubati o jeans dalle firme contraffatte, ha introdotto il concetto di “rete criminale”. Questa comincia già in epoche remote, dai piccoli malviventi, dovunque vi sia una forma di collegamento e collaborazione tra gli stessi che in qualche misura rende più forte ciascuno di loro; oggi la “rete” è infinitamente più ampia, più ricca, formata da numerose maglie, e una riflessione interessante può condurre a comprendere come lo stesso concetto di rete su cui si basa la malavita sia stato “preso in prestito” dalle imprese, e considerato sinonimo di successo.

Sì, perché le grandi aziende fanno rete, si muovono in sinergia, costruiscono ramificazioni, come lo fanno nel loro ambito le organizzazioni criminali, e spesso i due elementi finiscono per coincidere, sovrapponendosi, con imprese apparentemente pulite, piene di “colletti bianchi”, che nascondono elaborati traffici non esattamente “limpidi”. Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto della DDA di Napoli, ha presentato una lucida e puntuale ricostruzione dei fenomeni criminali, e di come vengono combattuti, soffermandosi in particolare sugli aspetti economici: le organizzazione di tipo mafioso si lanciano nei settori nei quali intravedono possibilità di guadagno, di arricchimento, ma nello stesso tempo guardano con attenzione alle sacche di povertà della società, ai quartieri dell’emarginazione, ai luoghi dove manca il lavoro, perché è qui che possono trovare la loro manovalanza.

Sandro Ruotolo, giornalista RAI e cugino di Silvia Ruotolo, uccisa dalla camorra per errore, ha saputo presentare il fenomeno della criminalità con grande competenza, ma anche con il coinvolgimento di chi lo combatte davvero,  mentre Tano Grasso, fondatore della Federazione antiracket italiana, ha raccontato i progressi che negli ultimi anni ci sono stati nella lotta a questa piaga. Don Tonino Palmese, vicario episcopale per la Giustizia e per la Carità, nonché referente regionale di “Libera”, ha riproposto il discorso su come sia possibile combattere i fenomeni criminali, ma del suo intervento è stata particolarmente interessante la riflessione sulle famiglie delle vittime di mafia e su quelle delle vittime di criminalità comune: le prime sono seguite dallo Stato, aiutate anche economicamente, cosa che non avviene per le seconde, ma è proprio questa differenza a generare una solidarietà interna, una vicinanza solidale nel dolore, che è in fondo lo stesso dolore.

Il Generale Mario Cinque, Comandante della Legione Carabinieri Campania, oltre a delineare in maniera esaustiva la figura del Generale Niglio nel suo percorso di vita e nella sua carriera all’interno dell’Arma, ha saputo brillantemente mettere in luce i tratti distintivi di un uomo che può essere davvero, oggi, un riferimento per chiunque operi nel settore giustizia. Con la stessa lucidità il Generale ha ricostruito il fenomeno del crimine organizzato presentando anche numeri interessanti, in particolare in riferimento ai soldi della ricostruzione post-terremoto, e ha analizzato i modi in cui la criminalità, nei quasi 40 anni trascorsi appunto dal terremoto dell’80, ha mutato il suo modus operandi .

È cambiato il modo di agire delle organizzazioni criminali, ma sono cambiate moltissimo anche le tecniche di indagine, grazie all’introduzione delle intercettazioni e delle nuove tecnologie; quindi se il mondo del crimine si evolve, anche chi lo combatte fa passi avanti notevoli, come evidenziato in maniera puntuale dal generale Cinque. Le conclusioni sono state affidate a Giovanni Melillo, Procuratore Capo della Procura della Repubblica di Napoli, che ha lavorato con il Generale Niglio; la platea è stata molto presa dal suo racconto, che ha messo in evidenza la grande  intelligenza operativa dello scomparso generale.

 

Niglio, come ha riferito il Procuratore, era per le indagini veloci, ma quando si rese conto che la lunghezza delle stesse, quando le conduceva Melillo, era dovuta al bisogno di raccogliere prove sufficienti per inchiodare i criminali in sede di giudizio, fu capace, nella sua grande umiltà, di chiedergli scusa per le sue rimostranze. La mattinata si è chiusa con i saluti finali del Generale Giovanni Nistri, Comandante Interregionale dei Carabinieri “Ogaden”, che ha sottolineato l’importanza istituzionale e umana di Gennaro Niglio, affermando che è importante partire dalla storia di un uomo per definire comportamenti possibili per la lotta alla criminalità, che risultino efficaci per poter stroncare le organizzazioni mafiose, come il defunto generale ha sempre cercato di fare senza mai arrendersi.

Uno stimolo per tutti dunque, a provare a combattere un fenomeno che l’impegno comune di uomini in grado di affermare i valori della giustizia a qualunque costo può profondamente indebolire, e provare a sconfiggere.

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