martedì, 17 Set, 2019 Espresso napoletano

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La “Testa di Napoli” al Museo Archeologico Nazionale

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Dire “testa di cavallo” nella cultura europea, equivale a dire Napoli almeno quanto, in quella americana, equivale a dire “The Godfather”. Fin dalla sua fondazione greca, la nobiltà magnatizia mostrava la sua potenza nell’allevamento equino, così battendovi moneta e ispirando una letteratura che porta, ancora al giorno d’oggi, ad avere il cavallo rampante a simbolo della città. E, tra le più antiche e note rappresentazioni equine, la Testa Carafa è sicuramente la più celebre, e con un merito doppiamente rinnovato.

testa carafa

Conosciuta infatti dal primo Rinascimento come opera bronzea antica, pervenne a Diomede Carafa, che la espose, fiero, nel cortile del suo omonimo palazzo in Via San Biagio dei Librai, e di cui tutt’oggi sussiste una copia in terracotta. Ancora alla fine del Settecento, un testimone come Salvatore Palermo, editore che aveva bottega a due passi dal palazzo, poteva commentare come il monumento si conservasse decorosamente, con una degna iscrizione e in bella posta.

iscrizione

Eppure l’opera doveva ancora conoscere la sua vera paternità. Già Giorgio Vasari, il grande biografo d’artisti del Cinquecento, aveva posto in dubbio l’origine antica della protome equina, ma la questione, mal digerita dai suoi colleghi meridionali, gelosi del loro passato, da cui scaturiva ogni pretesa di nobiltà, tanto più perché convinti che fosse stato il sommo poeta Virgilio a fondere il cavallo, lasciarono cadere nel vuoto la questione. Almeno finché, recentemente, Francesco Caglioti, docente di Storia dell’Arte alla Federico II, l’ha attribuita a Donatello, di cui è reputato il primo conoscitore.

riproduzione della testa di cavallo all'interno di palazzo carafa

La scoperta è stata fatta su base stilistica, principalmente confrontando, fin nei minimi particolari, l’opera con altre del maestro fiorentino, anzitutto il monumento equestre padovano dedicato al condottiero Gattamelata. Secondo la tesi di Caglioti, doveva, la Testa, essere parte di un analogo monumento per Alfonso I d’Aragona, da collocarsi nel fornice (rimasto vuoto) del grande arco trionfale che decora il Castelnuovo. Ma, non venendo mai a fine l’opera per diversi motivi, il successore di re Alfonso, Ferrante, ne donò l’unica parte realizzata — la Testa, appunto — a Diomede Carafa, suo fido suddito.

testa carafa

Dai tempi della ricerca a quelli della mobilitazione, il passo non è sempre breve, ma, con la nuova direzione di Paolo Giulierini, la Testa è riemersa dagli uffici della Soprintendenza archeologica e, da qualche giorno, forte di una prestigiosa paternità, campeggia nel posto che più le spetta: l’atrio del MANN, a mo’ di biglietto da visita. Già, perché al di là dell’attribuzione a Donatello, che allarga a colpi di cannone il ruolo di primato della Napoli rinascimentale, la Testa equina, di per sé, non è solo parte dello straordinario patrimonio storico-artistico partenopeo, ma ne è uno dei suoi più preziosi simboli secolari.

testa equina

Tantoché l’ultimo discendente dei Carafa, nell’Ottocento, l’aveva già donata a quello che sarebbe divenuto l’attuale MANN; ed ancora, nella linea A della metropolitana, l’attuale stazione “Museo” ospita, già da anni, una sua copia, spesso nemmeno notata dai passeggeri. Era dunque non doveroso, ma impensabile che uno dei simboli di Napoli, ventre di leggende, di tradizioni, e di storiografia che nulla perde della sua bellezza e della sua efficacia, nonostante l’attribuzione a Donatello, giacesse sottratta alla vista e alla memoria di tutti. Era come l’aver coperto con un velo Piazza del Plebiscito.

testa equina

L’arrivo al MANN nella sua scala monumentale (alta più di 170 cm senza piedistallo), la sua verisimiglianza col naturale e la sua preziosa riconduzione a Donatello non possono che far bene all’orgoglio storico-artistico napoletano, e favorire nuove opportunità di studio, oltre che un fiume ulteriore di presenze al MANN (e non solo); al punto da poter rilanciare la Testa come opportunità di sviluppo, bandendo borse di studio per progetti di architettura, urbanistica, restauro e storia dell’arte, oltre che di recupero delle fonti letterarie e d’archivio, e produzioni cinematografiche sul rinascimento napoletano; portando, inoltre, efficacemente il moderno nell’antico, secondo una moda frequente di “contaminazione”, tanto agognata ma quasi sempre risolta in pasticci.

testa equina figura intera

Ecco perché, in potenza, il ritorno della Testa non significa solo una celebrazione, o una conquista della ricerca, ma ha un poderoso motore di nitriti: perché chi ha detto che “con la cultura non si mangia”, ha sbagliato nell’idea, nell’onore e anche nell’intelligenza dei numeri.