La signora della Marra: affascinante personaggio riportato in vita da Tina Cacciaglia e Marcella Cardassi

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Ravello, anno di grazia 1283. Un editto di Carlo II d’Angiò, emanato quasi di soppiatto nel giorno
del Corpus Domini, cambia improvvisamente la vita e lo status di parecchie famiglie patrizie del
Regno di Napoli. Tra queste ci sono i della Marra, assieme ai Rufolo tra le più ricche e potenti di
Ravello, allora espressione massima della classe mercantile del meridione.
Iscritti al seggio napoletano di Capuana, commerciavano in tutto il Mediterraneo e nel vicino Oriente, lungo le rotte degli amalfitani.
Con le loro attività condizionarono il profilo urbanistico e quello economico
dell’intera area. Pare avessero addirittura introdotto la partita doppia.

Impiegati per le loro abilità già da Federico II nella gestione delle casse dello Stato, i della Marra si vedono improvvisamente accusati di concussione e di abuso sulle tasse, di alto tradimento, di esportazione illegale di grano, e  financo di aver provocato indirettamente le sommosse dei Vespri siciliani, l’anno precedente.
In un attimo, da alti amministratori della corona divengono fuorilegge.

Arrestati ed eseguiti già diversi membri, una donna, Chura (o Ciura, come a volte appare nei documenti) spinta dal senso dell’onore e dall’amore per la famiglia, prende in mano la situazione e gioca tutte le sue carte per riuscire a  scagionare i della Marra dalle accuse e riabilitarne nome e funzioni, fino a farsi ricevere dal principe.

Da questa avvincente trama, scritta già tutta dalla Storia (che spesse volte supera ogni
fantasia) è sorta un’idea di Tina Cacciaglia e Marcella Cardassi per un romanzo, La Signora della
Marra.
L’opera raccoglie le vicende del tempo e l’identità di Chura, per tesserne l’ordito di una
narrazione che ha dovuto aggiungere solo il profilo della protagonista ad una fabula già
invitantemente romanzesca.

copertina del libro

E’ storia dei luoghi, delle strade, dei contesti, dell’economia e delle mentalità medievali. E’ storia, come dire, ‘fisica’. Non a caso, lo spunto proviene dalla tesi di specializzazione dell’architetto napoletano Fabrizio Pollastro, dedicata proprio al Palazzo della Marra a Ravello.

Tutto prende corpo lì, in quel maniero pesantemente segnato dai secoli e messo troppo in ombra dalle attrazioni di villa Cimbrone e villa Rufolo, ma ancora assestato nella memoria, e visibile provenendo dalle pedamentine di pietra che collegano Ravello alla costa.

I della Marra, di origine normanna, giunsero nel sud tra XI e XII secolo, stabilendosi tra il beneventano, il barese, e poi, finalmente a Ravello.
Costruirono il palazzo nel corso del XIII sec., vicinissimo al Duomo e alla attuale villa Rufolo.

L’edificio — che è forse il vero pretesto del romanzo — sopravvive solo parzialmente, pur se ha un valore storico equivalente a villa Rufolo (G. Fiengo – S. Carillo, 2007).
Il primo motivo della sua rovina fu nell’ambizione dei committenti, che per prestigio lo fecero costruire di circa 20mt, con uno spessore murario però insufficiente.
Una fonte del XVI sec. lo rivela pesantemente decurtato a causa dei terremoti.

Con l’Unità, la costruzione di una strada ne falciò ulteriormente i resti, dividendolo in due.

Attualmente è sede di esercizi commerciali, ma continua ancora a sprigionare il suo fascino.
Un ‘bello e impossibile’ insomma, che ha attirato l’attenzione delle autrici, fino a divenire regista della finzione letteraria.

Ruderi palazzo della Marra

In due anni di lavoro, di ricerca storica dal linguaggio all’architettura, Tina e Marcella hanno rianimato il cuore fermo di una famiglia, i della Marra, e di una donna, Chura, pregna di quel senso di femminilità del tempo, su cui ha fatto leva per arrivare ad un ruolo che ben poche contemporanee potevano anche solo immaginare di svolgere.

Moglie di Ruggero della Marra, Chura viene dai Rufolo e la sua storia fu notata per primo da Heinrich E. Sthamer, che nel 1937 pubblica il saggio Der Sturz der Familien Rufolo und della Marra nach der Sizilischen Vesper. Lo studioso fece appena in tempo a leggere i documenti napoletani della cancelleria angioina, prima che venissero distrutti dal secondo conflitto mondiale. Nella storia ricostruita da Sthamer, Chura, non raggiunta dall’editto — o non ancora — venne ricevuta a corte nel dicembre del 1283, accompagnata da due familiari.
Come e cosa avvenisse tra le parti in causa è buio. Di fatto, Chura ottenne la salvezza del marito grazie ad un riscatto di seimila once d’oro.
Ottenne anche la liberazione di Risone della Marra, tesoriere del Regno in Castel dell’Ovo, riammesso come devotus noster.
Riuscì infine ad assicurare benefici per altri parenti, dando l’avvio alla riabilitazione dei della Marra, che si riebbero anche economicamente negli anni a venire.

Non furono altrettanto fortunati i Rufolo, nonostante la liberazione di Matteo, il padre di Chura, costata ben sedicimila once d’oro e cioè circa 1.375.000 euro, valevoli all’armamento di ottanta galee.

galeone

Nella versione delle autrici, la narrazione esalta il dettato storico, pur lacunoso, senza mai tradirlo, né imbottendolo di elementi deliberatamente letterari, né piegandolo alla licenza.

La Chura di Tina e Marcella è una donna del suo tempo, formatasi a Ravello nella schiettezza delle esigenze familiari, piuttosto che nelle mollezze di corte.
La sua scaltrezza è data dall’occasione: la disgrazia dell’editto la costringe a far buon viso a cattivo
gioco. Ottiene dunque d’ essere ricevuta dal principe grazie alla mediazione di Donato da Bari
(personaggio fittizio) e tesse uno stratagemma che la ripara dal ricatto di Carlo II, ponendola
addirittura nella posizione di chi dà le carte al gioco.

E’ lontana dall’essere una Giuditta, una Cleopatra o una femme fatale: il suo è un gioco giocato sull’inferiorità del proprio ruolo femminile verso un capolavoro diplomatico puro, senza alcuna declinazione sensuale.
E’ una donna vincolata al dovere; una di quelle che ispireranno il Decamerone di Boccaccio. Il romanzo è uno squisito esercizio storico, ed assieme l’occasione per illuminare luoghi, edifici, nomi e vicende vicine ma rimaste in ombra, e più efficacemente del saggio.

Già menzionato al Premio Italo Calvino del 2009 come inedito, La Signora della Marra è edito da Runa Editrice, 2013.

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