sabato, 19 Ott, 2019 Espresso napoletano

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Le mura nascoste di San Domenico e la Porta Cumana

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Porte e mura sono tra i più antichi e prestigiosi elementi del patrimonio monumentale cittadino. La  messa in posa di poderosi blocchi di pietra era l’atto culminante della fondazione di ogni città magno-greca, come Napoli. Sussistenti oggi in appena pochi lacerti, le mura di Neapolis conquistarono fama d’inespugnabilità dalle guerre annibaliche fino a quelle greco-gotiche, sullo schiudersi del Medioevo. Alcune sono a vista, come in Piazza Bellini. Altre richiedono un po’ di pazienza per essere trovate, come nell’ “Aula delle Mura Greche” dell’Istituto universitario L’Orientale. Altre ancora, giacciono sepolte nel mistero. E’ il caso delle mura di Piazza San Domenico Maggiore, connesse con la porta Cumana, che si apriva in direzione dell’altra celeberrima colonia greca in Campania. Sconosciute fin quasi alla leggenda e impolverate dall’incertezza delle fonti, sono menzionate nel 1692 dal periegeta napoletano Carlo Celano, testimone oculare della loro venuta alla luce, quando l’architetto Cosimo Fanzago se ne servì come fondamenta per innalzare l’obelisco di San Domenico.
A quei tempi, il ritrovamento di antichità voleva dire un inorgoglimento civico senza eguali, e un’opera nuova che vi si innestava guadagnava grande prestigio. Eppure, la guglia di Fanzago fu responsabile della repentina dimenticanza delle mura, sopravvissute solo nei disegni di Francesco Picchiatti, andati poi perduti. Napoli aveva già allora immense antichità da ritrovare e le successive scoperte vesuviane dovettero definitivamente distrarre l’attenzione dalle mura di San Domenico.

piazza san domenico

Soltanto nello scorso secolo, in pieno secondo conflitto mondiale, le mura tornarono a far parlare di sé, ma le lungaggini burocratiche e le difficoltà belliche richiusero ben presto la luce sulla questione. È possibile però conoscere le tappe di questo lampo d’esistenza grazie ad un carteggio inedito, rinvenuto all’Archivio Corrente della Soprintendenza per i beni archeologici di Napoli. Tutto comincia quando i picconi di una ditta incaricata di installare una vasca idrica nella piazza fanno venir fuori dei resti. Italo Sgobbo, allora Regio Ispettore della Soprintendenza, avverte dell’avvenuto il suo superiore Amedeo Maiuri, con una missiva datata al 14 aprile 1943.

Regio Ispettore della Soprintendenza

La prima precauzione è proseguire i lavori isolando i ruderi, affinché siano scavati a sufficienza da poter essere rilevati e fotografati. Un successivo rapporto di Sgobbo, datato al 5 maggio, notifica che si tratta di più che semplici avanzi, ma di un vero complesso, con anche tranci della Porta, prossimi all’obelisco fanzaghiano. Si rende necessario da subito meditare su come rendere fruibili i resti e sulla nuova sistemazione della vasca idrica. Al 24 maggio, la ditta responsabile degli scavi sollecita la Soprintendenza a dare istruzioni su come proseguire i lavori. Nello stesso giorno, Amedeo Maiuri scrive all’allora Podestà di Napoli Giovanni Orgera notificandogli le scoperte, che reputa impossibili da “sacrificare”, sia per la loro importanza che per l’ottimo stato di conservazione. Al 16 di giugno, la ditta incaricata è ancora priva d’indicazioni, e decide di mostrare i denti smontando impalcature e abbandonando il sito. Incalzato, Maiuri scrive nuovamente al Podestà, al 22 giugno. I toni si fanno più gravi. L’archeologo sollecita direttamente l’intervento di Orgera nella questione, irritato dal comportamento della ditta. Si dilunga anche sulla qualità dei resti e avanza una proposta di conservazione: «[…] ritengo che il modo più opportuno in cui la Vostra Amministrazione debba conservare a decoro cittadino questo che è il più importante monumento storico-archeologico che vanti ora Napoli, sia quello di provvedere ad una recinzione murata nell’interno del cavo e ad una copertura in cemento e vetro, in modo da lasciare garantite e nel contempo assicurate al pubblico godimento queste venerande memorie cittadine. Tale sistemazione non disturberebbe in alcun modo l’estetica della piazza e ripristinerebbe al completo anche il traffico pedonale corrispondente ai ruderi». Mentre il Podestà tardava a rispondere, la ditta si faceva nuovamente sentire, minacciando di presentare i conti e sciogliere lì il contratto. Il 13 luglio arriva la risposta del Podestà a Maiuri. Orgera mette subito le mani avanti, lamentando l’impossibilità per le casse comunali di procedere a spese straordinarie per la messa a posto del sito, come suggerito da Maiuri. Tira perciò l’archeologo nelle danze burocratiche, invitandolo a rivolgersi al ministero competente perché siano erogati fondi statali. Il 24 luglio un nuovo affondo arriva dagli uffici municipali alla Soprintendenza. Il Vice Podestà annuncia a Maiuri che la vasca idrica sarà costruita in altro luogo della piazza, così da lasciare indenni i resti, ma lo mette alle strette sui tempi di studio, per l’impossibilità di tenere ulteriormente aperti i cantieri in San Domenico. Da quel momento in poi la situazione politica degenera. I bombardamenti dell’agosto 1943 causano centinaia di vittime civili e le necessità belliche hanno la priorità.
Il carteggio riprende l’anno successivo. Il 24 febbraio, il Commissario Straordinario di Napoli Giuseppe Solimena avverte la Soprintendenza che per ordine del Comando Alleato si procederà al riempimento della vasca idrica, nel frattempo realizzata. Maiuri risponde in marzo, cercando di temporeggiare. Rivolgendosi all’ingegnere capo della municipalità, chiede che siano fatte presenti al Comando Alleato le ragioni per cui il cantiere non debba essere coperto, proponendo una recinzione provvisoria per conciliare con le necessità del traffico. Negativa però la risposta dal Commissario, nel frattempo divenuto Sindaco, che appena un giorno dopo scrive a Maiuri rimettendosi alla decisione degli Alleati: San Domenico sarà ricoperta, in modo da non danneggiare i resti, ma qualsiasi loro riesamina è rimandata al termine della guerra. Nulla di ciò accadde. Anzi, in una missiva dell’Ingegnere capo del Comune a Maiuri datata 4 ottobre 1945, si richiede (e s’impone) il repentino ripristino di basolato alle spalle dell’obelisco, per tutelare sicurezza e viabilità della piazza. Ancora una volta, s’invita a «provvedere in epoca più propizia ad opere di scavo e di tutela degli antichi manufatti». La guerra era però terminata da appena qualche settimana. A questa deriva, Maiuri sembra rispondere attuando uno stratagemma. Il 13 ottobre scrive due lettere. La prima è per risposta al Comune: si proceda pure al basolato, nonostante vi sia l’attesa di un progetto per la sistemazione dei resti; la Soprintendenza si riserva di rimandare “a un tempo più propizio” l’intera faccenda. Anche i termini di Maiuri sembrano una sferzante parodia. La seconda è per il suo collaboratore Italo Sgobbo, cui chiede tenacemente di fargli avere tutti i documenti messi insieme sul sito fin oggi, consapevole che la conoscenza è il fondamentale stadio della tutela. La risposta di Sgobbo, del 6 dicembre, è però bruciante. Questi avverte Maiuri che i soli rilievi disponibili sono schizzi, bisognosi di completamento, e che per giunta deve ancora trovarli. Quanto alle fotografie, quelle che aveva scattato personalmente non sono che particolari dello scavo, e il fotografo incaricato non si era reso disponibile a scavo ultimato. Nei giorni successivi poi, lo scavo era già divenuto un immondezzaio e le foto erano dunque impossibili da farsi. Sgobbo rimette così l’intera questione nelle mani di Maiuri, che si ritrova da solo. 

GIOVANNI LEONE ED ACHILLE LAURO

Di fatto, la questione non dà più seguito a lettere. Almeno fino al giugno 1954, quando Achille Lauro scrive a Maiuri e al nuovo Ispettore Alfonso De Franciscis. Il sindaco rivolge un appello alla Soprintendenza per una collaborazione allo studio di possibilità di sistemazione dei ruderi. Chissà per qual motivo, anche questa intenzione si arresta sul nascere, lasciando mura e Porta nel totale oblio. Soltanto un improvviso telegramma del 30 maggio 1983, diretto dalla Soprintendente Enrica Pozzi al Provveditorato campano per le opere pubbliche e all’analogo assessorato comunale, sembra riaccendere la fiamma. La funzionaria, che forse non conosceva i fatti precedenti tra Maiuri e le autorità napoletane, notifica del nuovo ritrovamento, in corso di accomodamento delle fognature della zona di San Domenico. Al telegramma fa seguito un comunicato stampa del primo di giugno, in cui la Soprintendenza annuncia di voler intraprendere studi in merito e renderne noti quanto prima i risultati. Anche quello, purtroppo, dovette rimanere binario morto.  Ancora oggi, dopo più di trent’anni, l’esistenza stessa di quei resti è sconosciuta alla comunità e probabilmente non ancora debitamente studiati.

Ma di cosa si tratta davvero?

L’unica ma autorevole voce è di Roberto Pane. Testimone oculare degli scavi, riferì allo studioso Ettore Gabrici di aver intuito avanzi di costruzioni a blocchi quadrangolari, connessi senza calce (secondo la tecnica muraria greca), che limitavano piccoli ambienti. Vi riconobbe inoltre il principio di una scala di piccoli gradini e di un vano di porta ad arco. Oggi, Piazza San Domenico Maggiore è al centro dei flussi cittadini, turistici e non. L’ombelico di una città. E’ il caso di attendere ricorrenze e occorrenze per mettere mano allo studio e al rinvenimento di quei resti, come aveva già auspicato Maiuri? Quale altra città al mondo potrebbe vantare una passeggiata su un vetro di resti e magari l’accomodarvisi anche a tavolino, per un caffè? Quale opportunità potrebbe essere, per dimostrare che turismo intelligente e fruibilità pubblica di un monumento possono serenamente fare utili e cultura? L’inorgoglimento civico per la scoperta di antichità è un valore eterno, non una moda per lirici gentiluomini del passato.

 

 

Si ringrazia vivamente la dott.ssa Maria Oreto, per avermi ceduto il carteggio da lei rinvenuto, e il prof. Francesco D’Episcopo, per la preziosissima collaborazione.