lunedì, 16 Set, 2019 Espresso napoletano

Storie e bellezze di Napoli on line

“Lo chiamavano vient’ ‘e terra”, il nuovo album di Enzo Gragnaniello

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Dodici tracce che confermano, dopo quarant’anni di carriera e 18 album, la sua profonda spiritualità metropolitana. Un disco che ha lasciato passare ben quattro anni dal precedente affinché potesse vedere la luce nella dimensione della sua consapevole maturità. Ciò che maggiormente colpisce l’ascoltatore è l’autenticità delle sue parole espresse in una narrazione istantanea che però trascende il tempo, capace in ogni brano di ri-cominciare daccapo, come in una vita che ogni volta si rigenera. Diversi i temi trattati, quelli appartenenti a tutti, e perciò universali, ma tratteggiati sempre attraverso lo sguardo innocente di chi ci crede ancora e non di chi osserva e racconta. Lui, Enzo Gragnaniello, questo lo sa bene, sa del suo cammino interiore e delle tante domande a cui è riuscito a dare risposte per restare fedele ad un suo bisogno vitale, quello di coltivare l’amore, per capire, per sopravvivere e per esortare gli altri alla riflessione.

enzo gragnaniello

Il suo canto, graffiante, sensuale ma profondamente delicato, è riuscito, da quando nel lontano ’77 fondò il gruppo de I Banchi Nuovi, a rinnovarsi nel tempo pur conservando una sua precisa identità. Lontano dall’osservare allineamenti di genere, mode e tendenze, Enzo ha inseguito da sempre la sua indole libera, senza mediazioni né compromessi. Parla d’amore, di fede, di umanità e delinquenza, di ignoranza, di luce e di buio, parla di vita ma la semplicità apparente dei suoi versi svela frase dopo frase verità profonde disegnando una possibile salvezza. Lo Chiamavano vient’ ‘e terra (Arealive – distribuzione Warner Music Italy) è un raccolta di brani prodotti e arrangiati dal cantautore  napoletano già tre  volte vincitore della “Targa Tenco” e reduce dai riconoscimenti per la colonna sonora del film “Veleno”, del brano “Vasame” incluso nella colonna sonora di “Napoli velata” di Ferzan Ozpetek. È un album che rivela intime realtà e disegna con prorompenti atmosfere mediterranee, mescolate con grande maestria alla tradizione melodica partenopea, l’esistenza di un sogno incompiuto, quello della bellezza, che salverà il mondo.

enzo gragnaniello

Lo chiamavano vient’  ‘e terra è il titolo anche del video/singolo che ha anticipato l’uscita di questo album.  Quanto c’è di te in questo brano?

“Tanto. È autobiografico, ma ho preferito usare la terza persona perché oltre a me potessero riconoscersi anche altri che come me erano figli della strada. Mi piaceva da ragazzino correre in discesa attraversando di corsa i quartieri e mi divertiva prendere a calci tutto ciò che incontravo rincorrendone il percorso, e mi chiamavano così. Racconto di quando non ancora adolescente scappai a Milano,  come la città più lontana da qui. Tornato a Napoli mi iscrissi al comitato dei Disocuppati organizzati e per loro iniziai a scrivere le prime canzoni che furono “Canzoni di Rabbia e Canzoni d’amore”.

Enzo, in un’epoca in cui sembrano dilagare la prepotenza e l’ignoranza, la cecità e la dissoluzione dei valori, tu parli d’amore…

“Io parlo di amore e di bellezza, in senso lato, parlo della capacità di amare l’altro, il bisognoso, parlo della necessità di guardare altrove, a un passo da noi, là dove Dio si manifesta. Ma come si fa, spesso mi chiedo, a non pensare che c’è qualcos’altro al di fuori della fisicità, del bere, del mangiare, del sesso, del denaro, del desiderio di possesso… Io sono un romantico e ho cercato di mantenere stretto a me questo sentimento, quello stesso che mi tiene lontana la rabbia. Difronte ai soprusi, all’arroganza e all’inciviltà io contemplo la bellezza. Le mie radici sono all’inferno mentre i miei rami puntano il cielo, questa è la mia forza”.

enzo gragnaniello

C’è un brano che parla della delinquenza che tu definisci entità, cosa intendi?

“Vedi, io credo che lo spirito delinquenziale sia una larva capace di annidarsi in ognuno di noi,  si alimenta con la paura, la debolezza, con la mancanza di consapevolezza e di sensibilità. Non vuole essere un brano di denuncia, ma un’esortazione, comm’ a dicere, come poi dico nel brano: ‘Chill’ è mare ca t’affonna, nun è acqua ca te ‘nfonne’ (stai attento, quello è mare che ti affonda, non è acqua che ti bagna). Se si riuscisse ad abbattere le paure per rimpossessarsi della delicatezza e della sensibilità molti si salverebbero”.

Come vedi la scena musicale?

“È una domanda complicata ma non vedo niente di buono, o niente che mi appassioni. Ci sono molti ragazzi anche talentuosi ma fann ‘o burdello nel senso che spesso non hanno niente da dire di personale, o niente che abbia a che fare con il loro pensiero. Si seguono le mode, si riesce anche qualche volta a fare date, sold-out, ottenere visualizzazioni e avere tanto seguito sul web ma questo non è fare musica, la musica va sentita, scritta e regalata al pubblico, se non sei sincero prima o poi si vede, si percepisce e non resisti, perché sotto non c’era niente. Oggi va tanto la trap che spesso si fa portavoce solo di cattivi esempi e non dice niente, non lascia niente”.

Qual è il tuo rapporto con le donne?

“Io ho scritto tanto per le donne e molti di questi brani li ho composti con un pensiero del tutto femminile… non ci ho dovuto lavorare molto per renderli femminili, sono nati proprio così. Ho sempre avuto un rapporto speciale con le donne, che hanno un’infinita capacità di amare e di innamorarsi. Sono sempre stato molto delicato con loro e quando mi capitava di capire che qualcuna stava per innamorarsi mentre io no le preservavo, anche se mi era difficile, perché casomai mi piacevano, ma era giusto così. Ci rinunciavo per non far loro del male. Mi hanno sempre suscitato grande tenerezza e suggerito grande forza, credo infatti di aver scritto belle cose per loro, penso a Mia Martini o alla Vanoni”.