sabato, 20 Lug, 2019 Espresso napoletano

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MANN in colours, alla scoperta dei colori originali delle statue antiche

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Non tutti lo sanno ma le statue che provengono dall’antichità non sono sempre state in marmo bianco o monocromatiche. Nel mondo greco – romano regnava infatti il colore, la policromia e talvolta anche i colori piuttosto sgargianti. Questo è stato accertato tramite studi scientifici iniziati a partire dal Novecento con la diffusione dell’archeometria. Con questo termine si fa riferimento una nuova branca dell’archeologia che studia i reperti mediante l’ausilio di efficaci tecniche scientifiche, quali ad esempio la spettroscopia o le analisi di laboratorio al microscopio elettronico.

MANN in colours

Grazie alle tecniche dell’archeometria in questi anni è stato possibile dare luogo ad alcune importanti ricostruzioni come la statua di Augusto da Prima Porta e l’Aula del Colosso, situata nel Foro intitolato allo stesso imperatore. Su questa scia nasce MANN in colours, un viaggio alla riscoperta degli antichi colori delle opere esposte al Museo Archeologico Nazionale di Napoli che sarà il primo a realizzare un database sulla policromia antica delle sculture che ospita.

MANN in colours

L’archivio digitale non sarà dedicato solo a studiosi e ricercatori, ma anche a un pubblico meno esperto, attraverso una “expert room” (aperta alcuni giorni a marzo anche al pubblico di non addetti ai lavori e dal mese di aprile le date di apertura aumenteranno) che accompagnerà una ricerca scientifica la cui durata è prevista in tre anni. Per questo periodo sono state selezionate cento statue su cui effettuare questo esperimento di colorazione virtuale tra cui L’Atlante Farnese e la Venere in bikini: alcune di queste presentano infatti ancora dei frammenti di colore che sono ottimi punti di partenza per lo studio condotto dall’archeologa Cristina Barandoni in collaborazione dell’Università di Taiwan.

MANN in colours

Per l’esecuzione delle riproduzioni, che al momento riguardano un primo gruppo di statue, si farà ricorso a fotografie scattate con speciali microscopi e con obiettivi capaci di effettuare analisi a bassissimo impatto invasivo. Con queste tecniche sarà possibile cogliere pigmenti molto delicati, come ad esempio il blu egizio, riconoscibili spesso a fatica a occhio nudo. Con l’incrocio dei dati di tipo chimico sarà così possibile comprendere la particolare composizione delle cromie scelte dagli artisti. Dopo una prima raccolta di dati sulle sculture, l’expert room procederà ad identificare i colori riguardanti ciascuna statua da inserire nel database. Le cromie saranno poi applicate su ricostruzioni in 3D visualizzabili con tecnologie di realtà aumentata.

MANN in colours

I risultati delle ricerche saranno digitalizzati e diffusi attraverso un sito internet dove sarà poi possibile vedere l’opera di ricolorazione completa delle statue. Paolo Giulierini, direttore del MANN, spiega che «La policromia rende molto più vicini i capolavori antichi alla tradizione statuaria lignea sovradipinta di età medievale e rinascimentale. Lo straordinario effetto dei pigmenti ci porta a riflettere su quanto possano essere parziali e decontestualizzate le esposizioni museali». Dopo “Res Rustica”, una mostra dedicata al cibo e alle abitudini alimentari nella Roma del I secolo a. C., Mann in colours è un altro tassello che avvicina il nostro mondo a quello – poi non così lontano – dell’Epoca Classica con strumenti all’avanguardia capaci di coinvolgere un pubblico trasversale e di non addetti ai lavori e farlo appassionare alla bellezza del mondo antico.