venerdì, 22 Nov, 2019 Espresso napoletano

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Mare nostrum

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di Nicola Graziano, magistrato

Mise piede sul barcone della speranza e sentì un sussulto nel suo grembo materno.
Non capì se si trattava di un singhiozzo o una carezza, o solo di un modo adoperato dal suo piccolino per comunicarle la volontà di vedere presto la luce e stringersi forte al petto della sua giovane mamma.
Sospirò. E nel silenzio dei suoi pensieri gli chiese di aspettare ancora un po’, perché il suo desiderio era quello di vederlo nascere in una Patria diversa, laddove immaginava per lui un avvenire di Libertà.
Poco più di 200 miglia marine costituivano la distanza tra la costa che vedeva scomparire alle sue spalle e i suoi sogni che, con grande fervore, stava per vedere realizzati.
Il suo giovane sposo le faceva largo perché troppi uomini, donne e bambini erano stati imbarcati, e quasi la soffocavano.
Il barcone, un ex peschereccio, era stracarico di profughi siriani ed era diretto verso la splendida isola di Lampedusa.
Li aveva spinti a questo viaggio l’esasperazione di vivere in una Terra senza più unità politica e territoriale. Lì, nella Terra che stavano lasciando inesorabilmente per sempre, il quadro era in continuo mutamento. Soprattutto quello dei gruppi che combattono sul terreno, laddove si moltiplicano le divisioni, si creano e disfanno alleanze per il controllo del territorio e per le differenze ideologiche, per il potere, per le armi e per la guerra senza sosta.
Quei due giovani sposi avevano deciso di dire basta, soprattutto pensando alla giovane vita che stava per nascere, ma, come loro, tanti, o forse troppi, avevano fatto la stessa scelta.
Portavano negli zaini le poche cose rimaste in loro possesso, ma soprattutto i pensieri affollavano la loro mente, quei pensieri che non riuscivano a distanziarsi dagli orrori che avevano provocato l’uso delle armi chimiche che, in chi era rimasto in vita e poteva raccontare, avevano creato una indelebile lesione nella psiche, una costante cornice di distruzione e morte.
Ma tutto sembrava essere posto alle spalle, e il vento fresco della navigazione sembrava alleviare per un po’ il dolore del ricordo.

Respirò profondamente e levò gli occhi verso l’alto, rimanendo rapita dalla sciara di stelle che dipingeva il cielo di mille emozioni e di un luccichio che non aveva mai visto.
Si addormentò in preda ai ricordi e carezzata dalla speranza!
Nei suoi sogni rivide lo splendore del Mare Mediterraneo, di quel mare, cioè, “in mezzo alle terre” e quindi, pensò, che è di tutti.
Sentì quel mare come un grembo materno e si sentì Cittadina del Mondo!
All’alba le condizioni meteo cambiarono e un forte vento da sud, con raffiche di libeccio e scirocco, incominciò a ingrossare il mare, spaventando persino i temerari mercanti di morte, i Caronte della speranza e della illusione.
Si svegliò di soprassalto dal ricordo del rude tono delle parole del nonno che, quando era piccola, le disse di non sfidare mai la forza del mare generoso.
Ma forse era troppo tardi. Vide il terrore negli occhi dei suoi compagni di viaggio.
Non ebbe il tempo di condividere quegli sguardi, che un forte dolore al ventre la riportò alla realtà.
“C’è un medico?”, gridò il marito, “mia moglie ha le doglie, correte per carità!”.
Risposero in sei: i medici a bordo, pure loro in fuga con le loro famiglie, erano sei e così la giovane donna venne aiutata a partorire, nonostante la scomodità e la precarietà di quell’ex peschereccio riempito fino all’ultimo centimetro.

abisso marino

Il bimbo nacque e lei lo strinse forte al suo petto, in un’emozione che la trascinava fuori da ogni realtà. Era felice, troppo felice che ogni suo sogno sembrasse essersi realizzato come d’incanto!
Avvolse il bimbo in una soffice coperta per sottrarlo alle violente folate del caldo scirocco.
Lo chiameremo Futuro, pensò fra sé e sé. Da qui nasce la sua vita e rinasce la mia vita!
Passò, però, poco meno di un’ora prima che il barcone si rovesciasse, trascinando nelle viscere del generoso Mare Nostrum (così lo chiamavano i Romani per indicare il mare che bagnava le terre da loro conquistate) la giovane mamma e il piccolo neonato.
Pochi istanti e fu subito morte.
Tutti e due, mano nella mano, venivano risucchiati nell’abisso marino.

Chissà, a volte, quali pensieri attraversano la mente del Disegnatore del destino quando sembra accanirsi contro vittime innocenti di barbarie umane.
Non sapremo mai se la mamma e il suo neonato sarebbero stati felici nella Terra della speranza.
Sono il ricordo di un’ennesima strage di migranti. Mentre le Istituzioni Europee si interrogano sulla soluzione al problema dell’immigrazione clandestina, il Mare Nostrum pian piano restituisce i corpi dei profughi annegati, quando non li tenga con sé per sempre.
Tra essi il corpo di Futuro, quel neonato morto per mano di un immane disastro, che va oltre ogni disciplina dell’immigrazione perché scuote tutte le coscienze.

barcone con immigrati clandestini

A quei primi vagiti di vita, affogati da mortale acqua marina, bisogna ritornare quando si pensa di disciplinare il fenomeno dell’immigrazione (clandestina) perché non accadano più tragedie. Perché il diritto di asilo deve continuare ad essere chiesto a nuoto?
Nel silenzio restiamo complici di queste stragi, che sono e saranno un monito per la nostra coscienza, perché la dignità di quegli uomini è la nostra dignità, il loro futuro è il nostro futuro, la loro libertà la nostra libertà.

 

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