Marmi e tesori: la Collezione Farnese in viaggio da Roma a Napoli

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Siamo abituati a goderci quelle meraviglie, invidiate da tutto il mondo, nello splendido Museo Archeologico Nazionale. Ma chi si sofferma mai a pensare che quelle opere non sono, per lo più, nate a Napoli, ed hanno affrontato un’odissea infinita, secoli fa, per raggiungerci? Il nucleo più antico del Museo, infatti, la collezione Farnese, è frutto, come dice il nome, dell’eredità lasciata da Elisabetta Farnese al figlio e re di Napoli Carlo di Borbone. E quando il giovane re conquistò il trono, tutto quel patrimonio si trovava a Roma e precisamente in diverse stanze di Palazzo Farnese, oggi sede dell’Ambasciata di Francia.

Palazzo Farnese, Roma.

Nell’intraprendenza frenetica delle varie opere regie, ci volle Ferdinando IV per far giungere, finalmente, questo tesoro nella capitale. Ci vollero anni e sforzi non da poco. Ma prima di quelle logistiche, quelle burocratiche. Occorreva infatti inventariare tutti i reperti, prima di trasferirli, e per farlo occorrevano periti d’arte che fossero al contempo fidatissimi funzionari, dato l’altissimo rischio di rivendita a nero o dispersione di quegli unica. La responsabilità fu affidata al patrizio cortonese Marcello Venuti, conoscitore e letterato di altissimo livello, che aveva attivamente esercitato negli scavi vesuviani, e a Philip Hackert, magnifico pittore di corte.

Augusto Nicodemo, Jakob Philipp Hackert ritratto nel suo studio, 1797, Berlino, Alte Nationalgalerie

I due si presero la responsabilità di lavorare non con pezzi appena scoperti, ma già notissimi e studiati da mezza Europa, dove a sbagliare si avrebbe avuta tutta la cosiddetta “repubblica delle lettere” col fiato sul collo. O forse proprio il cappio. Poi, naturalmente, il viaggio. Non esistevano autostrade e nemmeno le moderne casse da imballaggio, e c’erano da inscatolare titaniche montagne di pietra come l’Ercole e il gruppo del Toro (o Supplizio di Dirce).

Il supplizio di Dirce (part.)

Via terra tutto sarebbe andato a pezzi, perciò, per lo più tutto venne imbarcato dagli allora porti fluviali del Tevere (e diverse zone e chiese di Roma ne conservano il nome) e spedito via mare. Argani, vascelli, reti e, naturalmente, il rischio implicito della navigazione. Ma senza audacia, come potrebbero riuscire le grandi imprese? Altrettanto poderoso doveva sembrare (se non poteva essere) l’arrivo al Museo, che non poteva essere rappresentato realisticamente come una “normale” spedizione, per quanto immensa, ma come un vero e proprio trionfo all’antica. Esattamente come dovette apparire quello analogo, proveniente però da Ercolano e Pompei. Lo mostra il pittore Louis Jean Desprez nel suo Trasporto delle antichità di Ercolano a nel Palazzo degli Studi.

Louis Jean Desprez, Le antichità di Ercolano trasportate al Museo di Napoli, 1782 ca.

Perché se le vicissitudini logistiche erano tremende, il risultato doveva essere uguale, in termini di effetto, nella potenza della rappresentazione. Dietro questa opera magnifica non c’era solo la mera riscossione di un’eredità, o l’amore per l’archeologia. C’era un monito, fatto di parole, immagini e marmo: “guardate di cosa è capace il Regno di Napoli”. E, se il risvolto asserviva la propaganda e la politica, il fatto amplificava il patrimonio storico-artistico e stimolava ricerca e conoscenza in un modo a tutt’oggi insuperato. E forse insuperabile.

Scalone d’onore del MANN

Ercole Farnese, Napoli, MANN

 

 

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