Napoli “bifronte”

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Sottosopra, un concetto che spesso spaventa, poche lettere che racchiudono la simbologia dell’imperfetto, della cosa sbagliata, una sola parola declinabile per mille circostanze, con un unico significato, il caos. Sottosopra, ciò che non sta al suo posto, sovvertimento più o meno cosciente delle regole, del buon vivere, sintesi dello scompiglio, della perdizione. Inferno, purgatorio, Dante ha costruito la sua fama su tutto questo. Parlò e scrisse di un sottosopra con l’intento di mettere ordine, di fare chiarezza e rendere noti i motivi del peccato. Inventò di sana pianta luoghi fino ad allora neppure lontanamente concepiti riuscendo ad incunearsi nell’immaginario collettivo fino ai giorni nostri. Come avremmo disegnato l’inferno se non ce lo avesse suggerito il sommo poeta? Dante ce lo descrive come l’esatto contrario del paradiso, un luogo speculare al mondo socialmente desiderabile, in tutto, dove ogni cosa è portata agli estremi, dove ogni gesto diventa ripugnante, dove la dannazione è pane quotidiano, terrore da temere e ricordare per condurre una vita linda degna dell’alto dei cieli.

Negli anni Ottanta la letteratura cyberpunk iniziò a diffondere una nuova concezione della società del futuro. William Gibson invase il mondo con la sua visione di struttura urbana con un sotto ed un sopra, in una stratificazione di stampo onirico che avrà disturbato il sonno di molti. Ogni livello in antagonismo con l’altro, in perenne lotta per la conquista del potere, simbolo in fondo della sopravvivenza. L’umanità di Gibson ha distrutto ogni principio etico, ha bulimicamente divorato ogni risorsa, le aree vivibili si sono ristrette e quel poco che rimane viene conteso a suon di omicidi e stermini, in uno spazio senza tempo governato solo da follia e violenza. Le città descritte dallo scrittore americano ricalcano in parte i gironi danteschi ma stavolta in una perdizione senza fine che li rende un unico inferno.

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Il sotto ed il sopra, due aspetti della stessa realtà, il sogno e la vita reale, libertà e punizione, giusto e sbagliato, luce e tenebre, paura e gioia, conveniente e sconveniente. Tutto è possibile finché quell’entità eterea chiamata società civile non inizia a ridefinire i confini dell’accettabile. Novelli cantori si affannano a dettare rinnovate regole, a restringere gli istinti, ad incanalarli entro confini sicuri, a rincorrere le pecorelle smarrite, recalcitranti di fronte allo steccato dell’ovile. Non sia mai detto che si corra il pericolo che possano brucare un po’ di erbetta selvatica, dopotutto, per quanto da falciare via, appartiene pur sempre al vicino, e che diamine! Da qui ai family day, alle sentinelle più o meno in piedi, ad aule parlamentari immobilizzate, agli estremismi religiosi, il passo è davvero breve. In un vecchio gioco da ragazzi, si tratta di un solo passo da formica.

Il “sottosopra” è un’eterna lotta quindi, il bianco ed il nero, opposti e complementari come afferma il taoismo. Il loro alternarsi determina tutte le cose. Tanto basterebbe per avviarsi sul cammino della tolleranza, ma forse proprio quel caos che si tende a trasformare in ordine, in realtà è il vero vincitore in tutta questa storia. Marc Chagall dopo le brutture delle grandi guerre, dopo che un presunto bisogno d’ordine generò morte e disperazione, infuse nella sua arte il proprio concetto di libertà. Un mondo “sottosopra”, alla rovescia, “Un uomo che cammina ha bisogno di rispecchiarsi in un suo simile al contrario, per sottolineare il suo movimento”, così come “Un vaso in verticale non esiste, è necessario che cada per provare la sua stabilità”, annotava l’artista. Nel suo pensiero, quasi sicuramente, è rintracciabile la corretta chiave di lettura di tanta avversione per ciò che si ritiene sottosopra: guardare con disprezzo il proprio opposto per legittimare sé stessi, da che mondo è mondo.
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Cos’era, se non la conferma reale e tangibile della propria esistenza in vita, il culto delle anime “pezzentelle” a Napoli? Nel 1605, un gruppo di nobili diede vita ad una congregazione laica il cui scopo principale era la cura delle anime del purgatorio. Fu eretta quindi, su progetto di Giovan Cola di Franco, la chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Il manufatto fu concepito sin dall’origine su due livelli, esattamente speculari nella struttura ma con decori e rifiniture di ben diverso tenore: capolavoro del barocco napoletano il piano superiore, spoglio e tetro quello inferiore a rafforzamento della simbologia degli opposti, la sola capace, come affermava Chagall di conferire il giusto apparente ordine alle cose. Al livello sottostante si praticava il culto delle anime “pezzentelle” consistente nell’adottare un teschio dei tanti morti lì seppelliti, curarlo e agevolargli quindi l’ascesa verso il paradiso, il tutto in cambio di piccole attenzioni da parte dell’anima salvata per rendere più facile la vita terrena dei propri benefattori. Nel 1969 tale culto fu vietato, nuovi pensatori credettero che non fosse più ammissibile una commistione così forte tra la vita e la morte, l’esistenza del caos andava ripensato e nuovamente regolamentato. Nonostante tutto, il culto nell’ipogeo continuò, a dispetto di tutti i divieti. Vi furono vere scene di rivolta e l’ingresso fu forzato. Solo il terremoto del 1980 fermò di fatto la pratica, avendo reso inagibile il sito. Il trascorrere del tempo completò l’opera e i devoti alle anime “pezzentelle” con il passare degli anni raggiunsero serenamente l’altrove dove si ricongiunsero alle “capuzzelle” di cui tanto premurosamente si erano presi cura. Solo nel 1992 la chiesa e l’ipogeo sono stati riaperti dalla Sovraintendenza per i Beni Artistici e Storici di Napoli e tutt’oggi sono visitabili e regolarmente aperti al pubblico.
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Pare che il mondo sia una ruota, tutto ritorna, i corsi e ricorsi storici sono una realtà provata. Nulla è stato inventato davvero dal niente, tutto è già esistito nel disegno di una mente superiore che ancora non siamo capaci di definire. Ogni cosa è lì per noi, cambiano solo gli approcci, sempre più raffinati, più mirati. Diverse città nascondono un doppio nelle proprie viscere. Napoli è una di queste, un tessuto urbano costruito su altri strati, uno dopo l’altro come una meravigliosa torta dei “Sette veli”. La concezione del caos cambia con il tempo, e quel mondo sotterraneo, un tempo rifugio antibombardamento, assurge a nuova dignità, a nuovo luogo di fruizione sociale. Il mondo dei rifugiati, dei reietti vuole uscire dal mistero, illuminarsi di luce bianca e festosa. Se fino a ieri la città parallela era destinata ad ospitare tunnel ferroviari o parcheggi, oggi viene pensata in tutt’altro modo. La città di sotto diventa il nuovo sopra: centri commerciali, musei, cinema, teatri. Questo il focus del progetto “Smart Energy Master”, studio che si occupa di smart city e risparmio energetico a cura del Dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale dell’Università Federico II di Napoli. Riusciremo a reinterpretare la vita cittadina familiarizzando con il sottosuolo? Non più luogo di morte, di occulatamento, di magia, ma spazio fruibile, simbolo di un nuovo ordine mentale? Auguriamoci non sia solo un esercizio di stile.

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