NapoliCittàLibro. Per chi frusciano le pagine

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350 eventi. 116 stand per 160 sigle editoriali. 28.000 visitatori. Incalcolabili energie. Alla base di questo prodigio che si ripete per il secondo anno, lo sforzo di Rosario Bianco, Diego Guida, Alessandro Polidoro e Antonio Parlati, insieme nell’Associazione Liber@Arte, che ha regalato a Napoli quel festival del libro che non può non stare sul medagliere della Capitale del Mediterraneo, e di cui per troppi anni si è sentita la mancanza.

Ma questo non è un encomio dell’iniziativa: il suo risultato lo vedete sulle facce di chi esce dal Salone. Nemmeno un report di cifre o di nomi: quelli li trovate sul programma. È un successo così evidente, quello di NapoliCittàLibro, così sentito e così diffuso, che ogni parola è superflua. Ma infine, per chi frusciano le pagine? Parodiando il titolo di Hemingway, c’è da chiedersi chi siano i più autentici destinatari di questo evento – e quindi di questo commento. Forse, bambini e adolescenti, che questa NapoliCittàLibro ha incoronato presente – e non solo futuro – di Partenope e del Paese, dedicandogli particolare attenzione, tra iniziative e accoglienza.

Va sia a quelli, italiani e stranieri, che hanno acchiappato al volo quest’opportunità, frugando ogni lato della fiera, fuori dalle maglie dei percorsi turistici ‘forzati’, sia a quelli, napoletani, che hanno resistito al cappio del “tanto ce l’ho sotto casa”, nella convinzione di poter trovare in libreria quegli stessi libri, ignorando quale laboratorio di confronto e creatività animi le pagine di quegli stessi libri, quando riunite in un contesto ed accoppiate alla viva voce di chi i libri li scrive e li fa.

Ma, guardando alle zone d’ombra, va soprattutto a tutti quei bambini e adolescenti che avrebbero voluto esserci, che NapoliCittàLibro l’hanno desiderata vedendola in pubblicità dal buio luminoso di uno smartphone, che hanno provato ad alzare la testa contro l’indifferenza di quei genitori o amici adulti a cui non verrebbe mai in mente di portarceli. A quelli che si son sentiti dire ‘no’ da un papà che li ha privati di un biglietto per la Gardaland dell’animo, con la scusa, magari, di risicare quegli spiccioli per giocarsi ‘la bolletta’.

Dite che un minuto dopo avrebbero smesso di pensarci? Forse no. Non sminuiamoli. E seppur fosse, in quel minuto avrebbero perso il treno per divenire eroi della curiosità, maturando il fondo di senso di NapoliCittàLibro: che la riuscita di un individuo sta nell’edificazione culturale e nel duro lavoro, col sapore di un gioco, e non proviene da un’improvvisa ‘botta di ciorta’. Va, dunque, a questi piccoli cittadini schiacciati dai nuovi barbari, che prendono figli da crescere per montoni da pascere, e dai quali, per qualche prodigio, sono diversi.

Che NapoliCittàLibro sia stata fatta entro le mura di una fortezza, forse, la dice lunga proprio sul senso conservativo, creativo e positivo della conoscenza, dura e affidabile come la pietra. Chiuse le porte dell’edizione e smessi gli stand, resta il virus potente dell’entusiasmo, che passa endemico dalle menti dei bambini fertili a quelli rimasti privi di questa opportunità, sfondando ogni anticorpo dell’indifferenza.

Che questa ‘infezione’ si propaghi, permettendo agli – ancora troppi – figli schiacciati dal caso, di ‘farsi progetto’ in grado di recuperare la generazione secca che li ha generati, o, se non, di superarla, cancellandone l’inconsistenza nel vuoto della memoria, quale nuova leva della Napoli urbana, e attraente meta di cultura come gioia di vivere. Non un plauso retorico, ma un sorriso a trentadue denti va agli organizzatori della manifestazione, che spingono l’acceleratore sul motore dei libri, qui a Napoli. Non eroi, ma capistazione ostinati del treno della curiosità, uomini saldi con l’inguaribile vizio della speranza.

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