Non dove te le aspetti

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Le mafie esistono ancora, ma per comprenderle oggi occorre cambiare prospettiva: un docufilm di Duccio Giordano, prodotto da Danilo Iervolino, racconta come.

 

 

Se fermando l’uomo della strada gli chiedessimo di fissare in una sola immagine il concetto di mafie, difficilmente risponderebbe sorprendendoci. Il catalogo è quello, e va dalle istantanee che ogni cittadino per bene considera alla stregua di santini laici (su tutte, Falcone che si china a sussurrare qualcosa nell’orecchio di Borsellino) all’iconografia classica dei malamente: don Vito Corleone in smoking, i gangster a Chicago negli anni Venti, i picciotti con coppola e lupara, ‘e ‘uagliune di Gomorra. I più sul pezzo potranno magari spingersi a vaghe memorie dell’arresto di Provenzano o Zagaria, o alle immagini rubate dalle regge e i bunker dei casalesi, immortalate nel potente “Male Capitale” del pm napoletano Catello Maresca, uscito proprio per Giapeto lo scorso inverno.

Non stupisce che un simile guazzabuglio di fiction e reale, di buoni senza armatura né mantello e cattivi tratteggiati come moderni Feroce Saladino o Arsenio Lupin – diabolici sì, ma in fondo proprio per ciò affascinanti – confonda le teste già frastornate di chi le mafie crede di non averle mai toccate con mano, di chi si pensa solo spettatore di TG che potrebbero trasmettere da ovunque: Capaci, Scampia, Lampedusa, la striscia di Gaza o l’Inferno di Dante. Poco importa, dalla poltrona.

Anche per questo “Senso di Marcia” – docufilm del giornalista e videomaker Duccio Giordano, già autore del pluripremiato “Panni sporchi” – è importante, anzi no: è essenziale. Sì, perché l’opera (di recente presentata all’Ischia Global Festival e che segna il debutto di Danilo Iervolino nella produzione cinematografica) lascia impressa nella retina dello spettatore una galleria di flash mafiosi inattesi nella loro bruciante, quanto sconvolgente, banalità.

Nel viaggio quasi iniziatico del cronista di nera che è insieme antieroe e narratore principale della pellicola – un po’ Don Chisciotte un po’ Virgilio, o Diogene – non ci sono mostri e garrote, né kalashnikov, celle d’isolamento, barili di acido. Se mai spogli litorali d’inverno, una fabbrica che “dava lavoro a tanti” (sì, ma a quale prezzo?), e normali case, vie, negozi; lo stesso nostro asfalto, lo stesso cielo, lo stesso sole sporco di smog.

 

Catello Maresca

Sentire Lucia Lotti citare Eschilo e Dioniso come se fosse in cattedra al ginnasio e non alla scrivania di procuratore a Gela; vedere l’imprenditore anti-pizzo Gaetano Saffioti prigioniero nel suo cantiere, dead man walking che non ha l’aspetto macho di Sean Penn, ma solo la faccia stanca di chi da anni deve dormire con un occhio aperto; o ascoltare Catello Maresca chiedersi che senso abbia mandare a memoria filastrocche per bambini, se poi loro quando torni stanno già dormendo, dà i brividi allorché ci si rende conto che tutti lavoriamo fino a tardi e facciamo le stesse strade di chi è in prima linea; che tutti siamo prigionieri delle mafie e dei loro liquami, dei loro business, di artigli che – come in una film di Rosi o Damiani – si allungano sul quotidiano, sul tran tran, sul qui e oggi.

È come scoprire di colpo che al piano di sotto abita un serial killer, il prendere coscienza del fatto che le mafie non solo esistono, ma sono uomini normali che combattono contro altri uomini normali; potremmo essere l’uno o l’altro, già proprio noi. È Nicola Gratteri, in “Senso di marcia” a dire che se fosse nato appena più in là forse oggi sarebbe un capobastone, invece che un simbolo dell’antimafia.

C’è un viaggio, qui, che sembra scritto da Conrad e il cammino di un uomo che crede di sapere tutto, o almeno molto, e solo in seguito capisce che non sta neppure andando nella direzione giusta. La mafia non è più solo sotto al Vesuvio o nelle campagne di Corleone, la mafia (a ciò allude il titolo del film) è anche, soprattutto più su: al Centro Direzionale, a Milano, in Svizzera, alla porta accanto. E anche per questo, se non per altro, che “Senso di marcia” merita di essere visto.

 

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