Novant’anni di memoria: Luce e l’immaginario italiano a Napoli

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Se associassimo all’Istituto Luce parole come ruralismo, Neorealismo, Berlinguer, Gandhi, Resistenza, elefanti africani e Sessantotto, quanto resterebbe dell’arcaica associazione con il fascismo? Nato, sì, nel 1924 a Roma come polo tecnologico e culturale della comunicazione di massa, il Luce detonò subito il suo potere narrativo mantenendo illese tutte le libertà estetiche del cinema, partendo da quei semplici elementi che ne caratterizzano tutt’oggi l’identità: il raccoglimento di dati e la custodia della memoria, qualunque essa sia. Ed è il narrare gli orizzonti umani l’intento della mostra Luce.

L’immaginario italiano a Napoli, allestita dal medesimo Istituto, in collaborazione con il Comune e con l’organizzazione di C.O.R., negli ambienti del convento di San Domenico Maggiore. L’allestimento è impostato come un viaggio sia temporale che tematico, tutto fatto di installazioni video, in cui si sviluppano alcuni tra gli ambiti documentati dal Luce: l’emigrazione, il Mezzogiorno, i movimenti giovanili, i cinegiornali, la propaganda di Stato, la guerra, ma anche i milioni di volti di italiani, veri e propri protagonisti inconsapevoli della macchina da presa.

Da qui al passare al cinema tout-court è un attimo: nemmeno la più articolata impresa propagandistica può risparmiare la verità delle rughe di un popolo al tempo largamente rurale, in cui affondano le ispirazioni neorealiste, coi principali registi che proprio al Luce si formarono; così come nemmeno le condizioni del tempo potevano offuscare la realizzazione di veri e propri kolossal, tra le mura di Cinecittà, dove storia, mito, e sogno da film – appunto – prendevano corpo. La mostra avrebbe potuto scommettere sul colpo d’occhio scenografico, ugualmente godibile, ma la sua natura conoscitiva si concretizza in una consapevole organizzazione sistematica del materiale video, affinché sia possibile vedere in filigrana il cinema, e non semplicemente guardarlo.

Ad esempio con una essenziale pannellistica e con l’ausilio di una cuffia per ogni installazione, dove i riempimenti estetici sono sempre funzionali ed immersivi, e mai ornamentali. Roberto Cicutto, presidente di Luce-Cinecittà, ha insistito molto sul risalto delle individualità nella mostra, compito peculiare della settima arte, che ha il potere di farsi ritrattista delle folle. Al punto di avere in cantiere un vero e proprio museo dell’audiovisivo e del cinema, su richiesta del ministro Franceschini. La mostra pertanto può essere letta come un prototipo di questa ambizione, sorretta dallo spaventoso repertorio di materiale filmato, con grande rilievo tra gli anni ’20 e ’40, ed un archivio fotografico con milioni d’immagini.

Molto di questo materiale riguarda Napoli, documentata, ad esempio, prima, dopo e durante la seconda Guerra Mondiale, tra i toni trionfalistici e gli entusiasmi della modernità, fino agli sventramenti impietosi delle bombe. Tutto il cinema, in tal senso, è corso ad abbeverarsi alle lezioni e alle dotazioni del Luce: dall’adattamento della Napoli milionaria di Eduardo, fino ai Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti. Un intero linguaggio, una tecnica di ripresa, uno stile cinematografico è nato al Luce e si è riversato nelle produzioni video più svariate.

A proposito di cineasti napoletani, sezione d’onore è riservata ai materiali di Totò e alla famiglia De Filippo. Sui riferimenti partenopei c’è stato l’imbarazzo della scelta – ha sottolineato Roland Sejko, regista e curatore della mostra. E in effetti la difficoltà di una mostra cinematografica sta proprio nel passare al setaccio montagne di pellicola alla caccia degli spezzoni adeguati, soprattutto se si ha l’ambizione di dimostrare come a Napoli sia possibile un confronto tra passato e presente, nella permanenza di identità, tipicità – perfino di odori, con un po’ d’immaginazione.

Un’ambizione esemplificata nella gigantografia che accoglie all’ingresso, con una folla di spettatori in Piazza del Plebiscito che attendono ansiosi la nascita di Vittorio Emanuele di Savoia principe di Napoli, nel 1937. Altro rilevante connubio tra cinema e tecnologia è il cinemobile, sorta di cinema itinerante per le proiezioni educative, per quelle realtà sprovviste ancora di sale, grazie al quale era possibile erogare vere e proprie lezioni tecniche, sull’agricoltura come sulle norme igieniche basilari. Il catalogo, infine, ricchissimo di fotografie, riepiloga e amplifica le sezioni della mostra, con testi ideali da leggere al confronto diretto con le installazioni video.

 

Luce. L’immaginario italiano a Napoli
a cura di Gabriele d’Autilia e Roland Sejko
Napoli, Convento di San Domenico Maggiore
9 novembre – 11 marzo 2018
lun-sab 9:00-19:00
Ingresso gratuito
Per info: http://www.cinecitta.com/IT/it-it/news/45/8678/luce-l-immaginario-italiano-a-napoli.aspx

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