domenica, 21 Lug, 2019 Espresso napoletano

Storie e bellezze di Napoli on line

Palazzo Barbaja di Napoli, dove Rossini e compose l’ouverture dell’Otello

0

Balazzo Barbaja è quello che fa angolo con via Santa Brigida ed ha l’ingresso frontale alla Funicolare centrale ed il teatro Augusteo. Se si dovesse dire che questo edificio ha un interesse artistico si direbbe una cosa non vera in quanto, sia pure nelle sue forme sobrie di architettura neoclassicheggiante, resta tra gli anonimi del quartiere, tranne che per le sue vicende legate al nome di Domenico Barbaja che ne fu proprietario. 

Personaggio poliedrico di origini lombarde, Domenico Barbaja aveva iniziato la sua attività di lavoro a Milano, facendo inizialmente il caffettiere, per poi gestire un Casino di gioco nel ridotto della Scala, attività che trasferì a Napoli. Per la sua abilità, divenne dopo non molto tempo impresario teatrale, accattivandosi anche le simpatie di Ferdinando I. L’interesse nei confronti di quest’edificio, quindi, è dato dai fatti che di seguito riportiamo.

Tra il 1815 ed il 1822, vi soggiornò Gioacchino Rossini per gli impegni che aveva stipulato con il Teatro del Fondo per musicare l’Otello, sul li­bretto del Serio. In quel periodo il San Carlo si incendiò e quindi le attività furono trasferite in quella struttura. Sulla presenza del Rossini leggiamo il testo confermato anche da altri scrittori e dallo stesso autore, scritto da Alexandre Dumas nel Corricolo.

Dopo aver ammassato soldo a soldo la sua fortuna, Barbaja la spendeva, nobilmente in pro­digalità regali e in generose beneficenze. Aveva un palazzo per alloggiarvi gli artisti, una vil­la per trattarvi gli amici, e pubblici giuochi per divertire tutti quanti. Genio davvero straordinario e istintivo che non aveva mai saputo scrivere una lettera o decifrare una nota musicale, e che tracciava con un perfetto buon senso ai poeti la trama dei loro libretti, ai compositori la scelta dei loro pezzi.

Tracciato questo ritratto, il Dumas narra una serie di avvenimenti più o meno credibili, fin quando non affronta quelli occorsi a Gioacchino Rossi­ni. Il maestro arrivava a Napoli preceduto già da una grande reputazione, e la prima persona che incontrò fu il Barbaja il quale gli fece tre offerte: la prima di ospitarlo nella sua casa; la seconda quella di farlo mangiare alla sua tavola; la terza, che più d’altro era una richiesta, fu quella di proporgli di scrivere un’opera per lui e per il suo teatro. Il compositore accettò e sin da quella sera il Palazzo Barbaja fu messo a sua disposizione.

palazzo barbaja

I mesi però trascorrevano e dell’opera richiesta dall’impresario non vi erano tracce tan­to che il sanguigno don Domenico che aveva atteso per cinque mesi, una mattina «del primo giorno del sesto mese, vedendo che non c’era più tempo da perdere né riguardi da osservare, prese il maestro in disparte». Il colloquio fu serrato e alla richiesta dell’impresario se l’opera fosse terminata Rossini rispose negativamente, e che non avrebbe potuto iniziare neppure il giorno seguente in quanto aveva una partita di pesca al Fusaro. Fu a questo punto della discussione che il Barbaja si allontanò senza aggiungere una parola, ma:

L’indomani, mezzogiorno squillava dalle cinquecento campane che possiede l’avventurata città di Napoli e il cameriere di Rossini non era ancora salito dal suo padrone; il sole dardeggiava i suoi raggi attraverso le persiane. Rossini, destatosi di soprassalto, si fregò gli occhi e suonò: il cordone del campanello gli rimase fra le mani. Chiamò dalla finestra che dava sul cortile: il palazzo rimase muto come un serraglio. Scosse la porta della sua camera: la porta resistette alle sue spallate. Era murata dal di fuori! Allora Rossini, tornato alla finestra, si mise a urlare al soccorso, al tradimento, al tranello. Non ebbe neanche la consolazione che l’eco rispondesse alle sue proteste: il palazzo Barbaja era l’edificio più sordo che esistesse al mondo. […] In capo a una buona ora, Barbaja mostrò la sua berrettina di cotone da una fine­stra del terzo piano: Rossini che non aveva lasciata la sua, fu tentato di lanciargli una tegola; ma si contentò di coprirlo d’improperi. «Desiderate qualche cosa?», gli domandò l’impresario in tono melato. «Voglio uscire in questo stesso istante». «Uscirete quando la vostra opera sarà finita».

Il dialogo continuò fino a quando il maestro, che non riusciva a spuntarla, disse: «Sta bene; mandate questa sera a ritirare l’introduzione».

Infatti la sera fu consegnato puntualmente al Barbaja un fascicolo di musica sul quale era scritto a grandi lettere: Ouverture dell’ Otello. In capo a tre giorni la partitura dell’Orello era consegnata e copiata. L’impresario non stava in sé per la gioia: si buttò al collo del Rossini, gli fece le scuse più commoventi e più sincere per lo stratagemma che era stato costretto a impiegare e lo pregò di compiere il suo lavoro assistendo alle prove.

Questo racconto è certamente in parte romanzato ma sostanzialmente vero, se lo stesso compositore in una delle sue lettere dice testualmente di aver composto «L’ouverture dell’ Otello in una cameretta del palazzo Bar­baja, dove il più calvo e più feroce dei direttori mi aveva rinchiuso per for­za, senz’altra cosa che un piatto di maccheroni e con la minaccia di non po­ter lasciare la camera, vita durante, finché non avessi scritto l’ultima nota».
Fu in questo suo soggiorno napoletano che Rossini conobbe la cantante Isabella Colbran (1785-1845) che sposò nel 1822. Il contralto e soprano spagnolo lasciò definitivamente le scene l’anno successivo al matrimonio; si dice che fosse stata, precedentemente, l’amante del Barbaja.