Parco sommerso della Gaiola: una strana storia

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Continua il viaggio di Espresso Napoletano tra il fascino e i misteri di Napoli. Abbiamo parlato sin qui di edifici e di riti particolari, ma c’è una strana storia che aleggia su Napoli, in particolare sul Parco Sommerso della Gaiola. 

Nelle prossime righe cercherò di non vagliare quasi mai il confine tra realtà e credenza popolare, anche se in questo caso risulta davvero molto complicato.

Parco Sommerso della Gaiola: la “biografia”

Il Parco Sommerso della Gaiola è un’area marina protetta: si estende da Marechiaro alla Baia di Trentaremi. Al suo interno, vi è collocata una piccola isola di fronte Posilipo, la Gaiola.

Non è stato sempre questo il nome associato a questa piccolissima ed affascinante isola, infatti, secoli fa, era nota come “Euplea” (protettrice della navigazione). Arriva in età moderna all’attuale nome grazie alla parola latina “Cavea” (grotta piccola), parola modificata dalla lingua napoletana in “Caviola”, fino ad arrivare all’attuale nome.

Fino a qui nulla di strano, anzi, stiamo parlando di uno dei posti più suggestivi al mondo!

parco sommerso della gaiola 

Ma il mistero e la leggenda che si nascondono dietro questo paradiso naturale sono qualcosa di davvero incredibile!

Parco Sommerso della Gaiola: la maledizione 

Una buona parte di napoletani, in tutto il mondo, ha la caratteristica di essere abbastanza legati alla tradizione e alla superstizione. Nel corso dei secoli, l’idea che la Gaiola fosse un luogo sfortunato, è stata alimentata da eventi particolarmente sciagurati.

Nell’epoca romana, l’isola della Gaiola, era abitata dal liberto Publio Vedio Pollione, il quale aveva una particolare propensione verso le murene, che nutriva (non era avido di schiavi) e curava, personalmente in una vasca scavata nel tufo. Nelle vicinanze dell’isola, sorgeva la Scuola di Virgilio, in cui, si è ipotizzato, che il Vate insegnasse arti magiche. Una delle leggende narra che una di queste pratiche magiche destinò gli abitati futuri dell’isola a tragici eventi.

Fino al 1820 l’isola e la villa di Pollione furono praticamente abbandonate a se stesse, ma Guglielmo Bechi, un toscano con la passione per l’archeologia, promosse una serie di scavi volti a rivalutare questo posto meraviglioso. Da quel momento in poi la villa cambio nome a seconda del cognome dei proprietari.

Alla morte di Bechi, la villa fu ceduta a Luigi De Negri, imprenditore nel campo della Pescicoltura. Ma la sua storia con l’isola durò poco: dopo non molto tempo, la sua società fallì.

La proprietà dell’isola andò cosi al Marchese del Tufo, che, intenzionato a ristrutturarla, in realtà creò dei danni strutturali incredibili. Ma le vere sciagure erano solo al principio.

Nel 1926 si abbatté un forte temporale che spezzò la rudimentale passerella di collegamento tra la villa e la terraferma, mentre Elena Von Parish, una donna tedesca, la stava attraversando:

Elena fu rapita dal mare e sparì per sempre e i due proprietari che la ospitavano sull’isola, Otto Grumbach e Hans Praun in seguito si suicidarono. Il primo di rientro in Germania, il secondo a pochi giorni dalla disgrazia.

Pochi anni dopo, per la precisione cinque (siamo nel 1931), una piccola imbarcazione con dei giovani del collegio Ascarelli-Tropeano, furono travolti e morirono schiantandosi sullo scoglio della Cavallara. Anno dopo anno, decennio dopo decennio, la leggenda si alimentava di storie, più o meno vere e razionali.

La nostra storia continua nel 1950 con Maurice Sandoz: abitante dell’isola per quell’anno, impazzì e venne rinchiuso in una clinica psichiatrica e, convinto di essere in bancarotta, si suicidò. Nel 1960 un barone tedesco, Paul Karl Langheim, fece di tutto, da buon tedesco razionale, per smentire le oscure voci circa quel posto. Organizzò feste e serate mondane, fece esplodere di vita la zona intorno la Gaiola, ma ad esplodere furono anche i suoi conti in banca: dopo non troppo tempo, finì fallito.

Se fino ad adesso siete increduli, aspettate di leggere di questi ultimi proprietari.

Dal fallimento del barone tedesco, Giovanni Agnelli, la persona più potente d’Italia, acquistò la villa, che vendette però quasi immediatamente ad un magnate del petrolio, per la morte di diversi familiari. Il magnate in questione era Paul Getty che dal 1968 al 1973 non ebbe alcun problema, anzi sembrava davvero che “la maledizione” fosse finita, anzi non fosse mai esista. Ma nel 1973 la ‘ndrangheta rapì suo figlio e Getty dovette pagare un riscatto di 17 milioni di dollari dopo l’amputazione di un orecchio a discapito del rampollo.

Non è finita qui.

Nel 1978 l’isola fu acquistata dal creatore del Loyd Centauro, Gianpasquale Grappone, il quale pieno di debiti, finì in galera. Nello stesso giorno in cui la villa fu poi messa all’asta, la moglie morì in un incidente stradale.

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Parco Sommerso della Gaiola: la leggenda 

Quale può essere una spiegazione, se pur irrazionale, a cui aggrapparsi in un caso come questo?

Nel 1910 la villa apparteneva al senatore Giuseppe Paratore. Un giorno suo nipote scoprì una tela raffigurante una figura oscura, una testa, probabilmente di un demone Gorgone (si, anche a me è venuto in mente Stranger Things). Lo zio, convinto che fosse quello il motivo degli eventi sfortunati,  fece murare l’affresco dietro una parete.

Il nipote riuscì a farne una foto e l’Istituto del Restauro a Roma classificò il dipinto come appartenente al II o III secolo. Inoltre gli studiosi aggiunsero che i Gorgoni venivano utilizzati come “protezione” dagli antichi.

La realtà narra che in un piccolo, piccolissimo posto nel golfo di Napoli, siano successe tante strane ed orribili cose. La leggenda narra che l’aver cambiato nel corso dei secoli il significato dell’affresco in negativo (non più come protettivo), abbia decretato lo svolgersi in negativo degli eventi.

Potrebbe essere tutto più o meno vero, ma allo stato attuale, il Parco Sommerso della Gaiola è un gioiello incastonato in una già bellissima città come Napoli.

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