mercoledì, 17 Lug, 2019 Espresso napoletano

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Pierfrancesco Favino, indimenticabile straniero sul palco del Bellini

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Una sedia al centro del palcoscenico, l’illuminazione scarna, un abbigliamento qualsiasi. Pierfrancesco Favino, in scena al Bellini fino al 4 marzo con “La notte poco prima delle foreste”, non ha bisogno di molto per diventare quello straniero protagonista del testo scritto da Bernard-Marie Koltès nel 1977.

In una notte di pioggia incessante, così lunga da sembrare quasi una vita, lo straniero vaga alla ricerca di un posto in cui dormire, alla ricerca di un luogo in cui sentirsi a casa, per non avvertire più quella inadeguatezza, quel senso di estraneità, che ogni uomo percepisce, prima o poi. Un grido di disperazione, un respiro d’amore, una poesia che è un afflato di solitudine, affidata alla fragilità di un uomo qualunque. Lo straniero Favino vaga senza sosta, oscillando tra la sensazione di esclusione e il disperato bisogno di condividere: si arrabbia, ricorda, ama e odia, scende tra il pubblico, lo guarda negli occhi per ricevere comprensione. Un vortice continuo e perenne, una ricerca di conforto che non troverà mai pace.

Una milonga parte, sul finale, e lo straniero incontra l’indifferenza di chi gli sta intorno, si spoglia di ogni difesa e urla, piange: «Non muoverti, ti amo, compagno, io cercavo qualcosa che fosse come un angelo in mezzo a questo casino e ora tu sei qui». E ci siamo anche noi, spezzati, indifesi, vulnerabili, fianco a fianco della sua solitudine, ad attraversare con lui il racconto infernale e dolcissimo di un’esistenza che difficilmente dimenticheremo.