Riprendersi Di Capua

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Tra mille altre cose, alle volte sembra che l’Ufficio oggetti smarriti accolga tristemente la vita di artisti napoletani che meriterebbero ben altro. Ci si mise già la vita, facendolo morire per mancanza di vitamina B, ovvero di inedia, e poi gettato in una fossa comune, senza alcuna tomba. Stiamo parlando di Eduardo Di Capua, cui il mondo è in debito per —  una su tutte — ’O sole mio, ma di cui sta per ricorrere il centenario della scomparsa (3 ottobre) senza alcuna commemorazione o iniziativa, nella sua città. È vero, Napoli è fucina di talenti, ma cosa resterà se li perdiamo uno ad uno e lasciamo in silenzio il paradosso di un artista che, se cercato su Google, registra qualcosa come un milione e quattrocentomila occorrenze?

Eduardo Di Capua (in La sferza 1898)

A risarcire questa lacuna sta provandoci Ciro Daniele (già conosciuto sulle pagine de l’Espresso napoletano), appassionato collezionista e cultore incandescente di musica tradizionale napoletana. Anzitutto partendo dalle basi, con la preparazione di una biografia del musicista. Perché, stranamente, non se ne sa quasi nulla. O meglio, la stranezza è ben risolta dalla personale condizione umile del musicista all’epoca, e poi dalla speculazione imprenditoriale che, se da un lato lo ha reso famoso, dall’altro lo ha estromesso da ogni giusto risarcimento, per giunta vessato da calunnie di giocatore incallito e di disamorato dalla famiglia. Nato a Napoli nel 1865 dal padre Giacobbe, tra i più richiesti “posteggiatori” di Castellammare di Stabia, con cui giovanissimo fu in tournée, nel tardo dell’Ottocento, fino in Ucraina e in Russia. Autodidatta del mandolino, al rientro cominciò a stringere legami con i più importanti poeti e parolieri napoletani, tra cui Pasquale Cinquegrana, con cui ebbe i primi successi. Ma è del 1898 il successo di ’O sole mio, che una leggenda vuole composta ad Odessa, in Ucraina, ma che — bacchetta Daniele — fu tutta made in Naples. A questo trionfo seguì il legame con Vincenzo Russo, paroliere semianalfabeta ma capace di brani come I’ te vurria vasà, che stregano il mondo. Al punto che le cronache raccontano della VII Olimpiade di Anversa nel 1920, dove la banda musicale italiana, avendo chissà come perduto gli spartiti dell’inno che avrebbero dovuto eseguire, si risolse ad eseguire l’unico brano di repertorio condiviso, sul quale sfilarono gli atleti: appunto ’O sole mio.

Giacobbe di Capua e la sua tropupe

Ma oltre gli aneddoti, è anzitutto a riguardo della vita privata del Di Capua che Daniele lavora, mettendo sia a frutto un quarantennio di appassionata ricerca nella musicologia napoletana, sia lavorando su fonti di prima mano, come la sceltissima sezione Lucchesi-Palli della Biblioteca Nazionale di Napoli “Vittorio Emanuele III” e la Biblioteca “Ettore De Mura” (oggi chiusa), oltre le notizie d’archivio. Assieme alla redazione del volume (dal titolo ancora ignoto), Daniele sta promuovendo l’ulteriore divulgazione delle opere del Di Capua, assieme, fra gli altri, a Gianni Lamagna e Beppe Vessicchio, con un meeting sulla canzone napoletana a Succivo, previsto in una tre giorni di studio e spettacolo. Ed ancora, collabora con Daniela Fiorentino alla registrazione in Québec di una rosa di canzoni del Di Capua tradotte in francese. La scelta di Ciro Daniele è anzitutto orientata verso la storia biografica dell’artista, piuttosto che ad una riesamina critica della sua produzione, ma non mancherà un catalogo ragionato della sua opera. Quella biografia a vocazione civile che disincanta dalla visione stereotipata dell’artista, sebbene di tradizione popolare e non colta, il quale, tutt’altro che con la testa nella musica, sostenne le comuni avversità della vita d’allora, con il peso di nove figli ed altrettanti traslochi, assieme alle angherie professionali, fino alla morte in ospedale ed al successivo disinteressamento dello Stato per i suoi eredi.

Caruso a Di Capua

Scopo di Daniele è interessare le Istituzioni al recupero della memoria dell’artista che ha contribuito in modo insostituibile all’immagine lirica di Napoli, che ancora oggi attira milioni di visitatori e che è alla base di un irrinunciabile business. E non è che, siccome il ritorno d’immagine e il lavoro intellettuale sono meno quantizzabili, possono essere più facilmente ignorabili. Non in un paese civile, di cui la musica è fondamento come la roccia.

 

 

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