Rosa Maiello si racconta

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In un numero speciale de “l’Espresso napoletano” dedicato alle biblioteche non potevamo non intervistare Rosa Maiello, napoletana, da sempre appassionata di libri, bibliotecaria presso l’Università Parthenope, presidente da pochi mesi dell’AIB (l’Associazione Italiana Biblioteche).

Dottoressa Maiello, come è nata la sua passione per i libri, e la sua scelta di fare di questo amore una professione?

Leggere fa parte del mio modo di vivere. Ho avuto il privilegio di nascere in una famiglia di “lettori forti”, casa mia era piena di libri e di libri sentivo spesso discutere, cosicché già da piccolissima non vedevo l’ora d’imparare a leggere per conoscerne il contenuto.In una città ricca di biblioteche di ricerca e povera di biblioteche di base, l’interesse per le biblioteche è maturato solo negli anni dell’università quando, da studente di Giurisprudenza, sperimentai come la disponibilità, o la mancanza, di una biblioteca bene organizzata e attenta ai bisogni degli utenti fosse determinante per i miei studi. Il tema mi incuriosiva, cominciai a leggere manuali e saggi di Biblioteconomia, riuscii a vincere un concorso da “Aiuto bibliotecario” e così iniziai la mia lunga gavetta in una biblioteca umanistica di università; al contempo, gli studi giuridici continuavano ad appassionarmi e, dopo la laurea e l’abilitazione all’esercizio della professione forense, suppongo che avrei proseguito su quella strada se l’incontro con l’Associazione italiana biblioteche e la frequenza dei corsi alla Scuola speciale per archivisti e bibliotecari di Roma non mi avessero definitivamente conquistato alla “causa” delle biblioteche. Tuttora, ciò che mi fa amare maggiormente questa professione è la sua natura profondamente “relazionale”, poiché tutte le attività, i servizi e le metodologie che la caratterizzano devono servire al compito primario di favorire l’incontro tra i prodotti dell’ingegno umano e il pubblico attuale e futuro: è una sfida intellettuale e politica.

Ci racconta la sua esperienza in una biblioteca di ateneo?

Le biblioteche di università si rivolgono a un pubblico con caratteristiche ed esigenze molto eterogenee, non solo per le tipologie di fonti consultate dalle diverse aree disciplinari, ma soprattutto perché lo studente universitario neo immatricolato chiede alla Biblioteca un tipo di assistenza e servizi diversi da quelli necessari al laureando ed entrambi sono diversissimi da quelli che interessano al dottorando o al giovane ricercatore, che a loro volta differiscono dalle abitudini del professore più d’età. Oggi sono disponibili molte fonti in rete e il ruolo delle biblioteche è molto meno evidente che in passato, eppure è diventato più complesso e persino più delicato: i costi dell’editoria scientifica sono elevatissimi, la negoziazione di licenze d’uso adeguate richiede particolari competenze e organizzare i servizi e l’assistenza personalizzata per aiutare gli utenti a navigare nell’informazione per identificare e ottenere le risorse rilevanti comporta l’elaborazione di una serie di analisi e strategie, oltre a un forte impegno nella cooperazione interbibliotecaria su scala regionale, nazionale e internazionale. Le biblioteche di università sono poi tradizionalmente acceleratori di innovazione tecnologica e organizzativa. Pochi sanno, ad esempio, che la tecnologia su cui si basano gli attuali motori di ricerca come Google fu inventata in ambito bibliotecario a metà degli anni Settanta del secolo scorso per la gestione dei cataloghi online e che il primo esempio di amministrazione digitale in Italia è stato il Servizio bibliotecario nazionale, un network collaborativo di biblioteche con un catalogo unico pubblicamente accessibile dal 1986. Oggi si discute di web semantico, e sta di fatto che i modelli concettuali, gli standard e i programmi internazionali elaborati in ambito bibliotecario a partire almeno dal 1961 per il “controllo bibliografico universale” hanno fatto da apripista. Quando ho cominciato a lavorare, nel 1991, anno di nascita del World Wide Web, con le interfacce grafiche e i link ipertestuali, la maggior parte delle biblioteche di Napoli, comprese quelle di università, erano ancora  prevalentemente basate sulla carta, non solo per quanto riguarda le collezioni, ma anche sul piano dei cataloghi e dei servizi. Oggi invece i sistemi bibliotecari delle università campane e della Basilicata, per primi in Italia, hanno realizzato un catalogo collettivo in open data con un sistema che ha fatto da modello per una analoga realizzazione attualmente in corso nelle università di Stanford e Harvard. 

Che ruolo hanno secondo lei le biblioteche, numerose e varie, in una città come Napoli? Riescono davvero, a suo parere, a esercitare un ruolo non solo di conservazione, ma soprattutto di promozione della cultura?

Spesso le biblioteche vengono considerate solo per la possibile valenza “espositivo-museale” dei loro fondi librari, oppure come sedi di presentazioni di libri (attività, queste, che vanno comunque incrementate), ma in generale e particolarmente in una città ricca di storia, di culture e di contraddizioni come Napoli, le biblioteche potrebbero svolgere – a diversi livelli, secondo le rispettive specificità e puntando sulla cooperazione interistituzionale – un ruolo cruciale per migliorare la qualità della vita, diffondere il piacere di leggere, supportare le istituzioni scolastiche e formative, promuovere la cultura della legalità, la partecipazione civica, il dialogo interculturale e persino il turismo. Umberto Eco ha scritto che una buona biblioteca è quella che ci permette non solo di trovare un libro di cui conosciamo il titolo, ma soprattutto di “scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi”. A questo scopo non basta la disponibilità di una collezione ben fornita (Napoli è piena di raccolte librarie di pregio, peraltro non sempre accessibili, ma scarseggiano le dotazioni correnti delle biblioteche comunali), occorre che essa sia conoscibile, accessibile e usabile. Chi non è un grande semiologo e non ha la cultura e i rapporti di Umberto Eco – che poteva contare sulla sua biblioteca personale, su quelle dei suoi amici e conoscenti e sull’opportunità di accedere in modo privilegiato a fondi librari di proprietà pubblica non accessibili al pubblico generale – come fa a trovare libri, articoli e altre fonti, senza una biblioteca accogliente, senza un catalogo pubblicamente consultabile e senza strategie che, dalla segnaletica all’organizzazione degli spazi, alle risposte del personale, aiutino a orientarsi e a ottenere il materiale rilevante per noi?

Cosa si potrebbe fare per rendere sempre di più le biblioteche vicine alle esigenze di studenti, docenti e ricercatori, nel caso delle biblioteche delle università? E più vicine a tutti i cittadini, se parliamo delle biblioteche comunali?

Sarebbe facile rispondere che oggi tutte le biblioteche devono riuscire a raggiungere l’utente dove egli si trova, accrescendo i servizi a distanza, la presenza in rete, la massa critica dell’offerta di risorse e servizi attraverso la cooperazione e l’integrazione. Certo, la tecnologia va sfruttata al meglio e i piani di digitalizzazione e automazione devono essere potenziati. Penso però che, sia per le biblioteche di università e ricerca, sia per le biblioteche comunali,  le sedi fisiche e i servizi locali siano e resteranno in futuro fondamentali come luoghi della comunità e per l’assistenza personalizzata, a condizione che si presentino come strutture accoglienti, fisicamente e concettualmente. A tal fine, bisognerebbe investire su tre fattori: apertura la più ampia possibile delle raccolte e dei servizi, il che implica anche destinare professionalità, sedi, attrezzature e risorse finanziarie adeguate; valutazione e monitoraggio dell’impatto dei servizi e loro organizzazione in funzione dei fabbisogni del pubblico di riferimento; cooperazione interistituzionale. In Italia – diversamente da Francia, Germania, Regno Unito e tante altre nazioni europee e occidentali – manca una legislazione generale sulle biblioteche che possa fungere da cornice di riferimento per decisori politici e amministrazioni pubbliche, con la conseguenza che molte iniziative in materia di biblioteche e cooperazione interbibliotecaria dipendono dall’ispirazione e dalla buona volontà dei singoli operatori. Ciò che manca anzitutto è una visione d’insieme sulle biblioteche, e ciò determina spesso il loro mancato coinvolgimento nei piani strategici degli enti di appartenenza, che non sempre le considerano centrali per le rispettive finalità  – ricerca, didattica e trasferimento delle conoscenze al territorio nel caso delle università; promozione della cultura e della partecipazione civica nel caso del Comune.

Idee e progetti come presidente dell’AIB?

Non posso che rinviare al documento programmatico che, come Comitato esecutivo nazionale dell’Associazione, abbiamo pubblicato  dopo essere stati eletti, e in particolare ai primi quattro punti:

– “Accesso libero alla biblioteca, accesso aperto alla conoscenza”, ossia promuovere lo sviluppo delle strategie per costruire, aggiornare, far conoscere e garantire il più ampio utilizzo delle collezioni e dei servizi bibliotecari, per diffondere il piacere della lettura e per favorire lo sviluppo e la diffusione dell’accesso aperto alla documentazione culturale, scientifica e di comunità, nel rispetto dei legittimi interessi degli autori e della filiera della produzione e distribuzione dei contenuti, con cui condividiamo numerosi obiettivi e programmi;

– “Governare il cambiamento”, ossia affermare ed accrescere il valore sociale delle biblioteche come fattore di progresso, riequilibrio e innovazione nel mercato dei contenuti e dei servizi commerciali d’informazione e comunicazione;

– “Fare sistema”, ossia costruire il sistema bibliotecario nazionale, infrastruttura necessaria allo sviluppo di efficaci politiche per la lettura, l’apprendimento, la ricerca scientifica, la cittadinanza attiva, l’inclusione sociale, la valorizzazione delle diversità culturali e la produzione di nuova conoscenza;

–  “Professionalità e qualità dei servizi, Deontologia, Dignità della professione”. Rafforzare la qualificazione e l’identità professionale dei bibliotecari per il miglioramento continuo dei servizi al pubblico, puntare al riconoscimento e all’applicazione concreta del principio per cui a fabbisogni strutturali di professionalità avanzate si risponde con adeguate politiche della formazione  e adeguati profili d’inquadramento e retributivi.

 

 

 

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