martedì, 25 Giu, 2019 Espresso napoletano

Storie e bellezze di Napoli on line

Sette anni con il giovane favoloso

0

Gli ultimi anni di Giacomo Leopardi furono tra i più creativi e intensi, e sicuramente i più ricchi di spostamenti. Il poeta fu trascinato nella vita, tra Firenze, Roma e Napoli, da un compagno napoletano, Antonio Ranieri, che seppe amarlo della più fraterna e intensa amicizia, occupandosene fino alla morte, e oltre. Entrambi in disgrazia, Antonio, liberale esiliato da Ferdinando I di Borbone, e Giacomo, solitario eremita della poesia, s’incontrarono nella Firenze del 1830, dove Leopardi giaceva in un piccolo quartierino di Via del Fosso – scriverà Ranieri – “malatissimo ed inconsolabile”. I due strinsero un legame mai più sciolto, e ulteriormente rafforzato dalla presenza mite ed angelica di Paolina, unita al fratello Antonio nella cura del poeta.

leopardi detta a Paolina nel film

Nel 1880, a quarantatré anni dalla morte di Giacomo Leopardi, Ranieri volle rievocarne la convivenza dando alle stampe i suoi Sette anni di sodalizio, auto-apologia non propriamente imparziale, ma ricchissima di particolari ancora poco conosciuti. L’ormai anziano patriota, nel frattempo senatore del neonato Regno d’Italia, tratteggia lì certe angolature leopardiane tragiche e buffe, lontane dalla tradizionale immagine da manuale del “pessimista cosmico”, e che solo il recente film di Mario Martone ha provveduto a recuperare. Anzitutto abolendo i luoghi comuni: “Io non ho mai, per sette anni, veduto piangere Leopardi”, scrive Ranieri, che per questa amicizia dovette sopportare non solo di provvedere a Giacomo con le sue sostanze e di accudirlo, ma anche numerose calunnie. Una su tutte quando, giunti entrambi da poco a Roma, Ranieri ricevette un’accusa di omosessualità e concubinaggio con Leopardi da parte di un tale che l’aveva riconosciuto in un salone di barbiere.

opere-giacomo-leopardi-edizione-accresciuta-ordinata-f9d2e998-035c-4fa3-bd3d-0db2680c8989

 

Contrariamente a quanto ci s’immagina del poeta, sempre preso nella consueta solitudine della scrittura, Leopardi raramente scrisse nei sette anni con Ranieri, ma soprattutto dettò, e ciò per via di un affaticamento agli occhi che gli impediva di leggere, così da impiegare per ore Antonio e Paolina nella lettura in diverse lingue; esercizio che il napoletano ricorderà come il più importante dei suoi favori a Giacomo. L’intimità tra i due si avverte a più riprese. Ad esempio quando Ranieri si compiace di riuscire a sollevare la salute e l’umore dell’amico, alquanto pantofolaio, e poterlo così portare al Teatro Mercadante, non risparmiandogli però la sua ilarità. Oppure quando Giacomo confidava le sue pene fisiche ad Antonio, fintanto da dargli conto di una spietata stitichezza. Ma i più intensi passi, ironici e umani, sono quelli legati al cibo. Con lo stesso spirito di contraddizione di un adolescente, più i medici napoletani proibivano a Leopardi dolci e gelati, più lui ne cercava: “Lasciata dall’un dei lati ogni apprensione, perseverava i più incredibili eccessi. Il caffè, sciroppo di caffè, la limonea [granita], sciroppo di limone; il cioccolatte, sciroppo di cioccolatte (e non senza le vaniglie, rigorosamente vietategli) e così via. E quanto ai gelati era un furore: forse che il morbo stesso lo spingeva!”.

antonio ranieri nel film

Anche la goliardia non dovette mancare tra i due. Come da sempre attuale abitudine di scrittori, prendere in giro altri scrittori era un’irrinunciabile must. Ranieri ricorda di una sera in cui i due si radunarono allo scrittoio e Leopardi manifestò il desiderio di dettargli qualcosa su Niccolò Tommasei. Ranieri cominciò scrivere credendo si trattasse di qualche annotazione filologica, ma Leopardi cominciò a spiattellare una sequenza di frecciate, con al culmine un modo di Vincenzo Monti, che per significare “d’avercele alquanto piene” soleva dire: mi fanno male i tommasei. Frammento purtroppo perduto, che il troppo zelante Ranieri chiese seduta stante a Leopardi di poter distruggere. Altro tòpos tipicamente da scrittori è legato all’ansia da pubblicazione. Ranieri racconta che all’approssimarsi dell’uscita dei Canti, tra correzione di bozze e febbrili contatti con l’editore, Leopardi ruppe la quiete serale presentandosi a lui con un bastone, e prendendo l’uscio disse: “Io vado fuori a bastonare qualcuno”. Dopo un’occhiata con Paolina i due fratelli preferirono accompagnare Giacomo in giro, a stemperare l’ansia. Dal 1833 Ranieri si vide rievocato l’esilio e i due si trasferirono a Napoli.

Barche nel Golfo di Napoli - 1833

A causa del colera e delle sempre peggiori condizioni fisiche di Giacomo, Antonio ottenne da un suo parente la ormai famosa villa di Torre del Greco, zona assai consigliata dai medici. Ma evidentemente la vita rustica doveva suscitare una gran noia in Giacomo, con meraviglia di Ranieri, che di Leopardi aveva ammirato il lirismo bucolico, e ora, assai lontano da quei toni poteva esclamare: “Nessun uomo al mondo ha tanto odiato la campagna quanto Leopardi la odiava, dopo averla tanto inimitabilmente cantata!”. Uno degli aspetti più censurati dal patriota (e calcato invece nel film di Martone) è il contrasto tra la sua burrascosa sensualità e la mitezza relazionale di Leopardi. Ma se il primo aveva tra le sue amanti donne come l’attrice Maddalena Pelzet e l’aristocratica Fanny Targioni Tozzetti, il secondo coltivava capricciosamente irrinunciabili vizi. Come l’amore per il pane genovese di un forno a Capodimonte, ostinatamente procacciato anche da Torre del Greco, col colera che imperversava in città; e così anche tarallini e ciambelle, esatti unicamente da Vito Pinto, il più famoso sorbettaio di Piazza Carità. Ranieri però si spese per l’amico Leopardi fino allo stremo, assistendolo nella morte e facendo di tutto perché il corpo scansasse la fossa comune, imposta dall’epidemia, procurandogli una sepoltura nella chiesetta di San Vitale, sulla via per Pozzuoli, poi spostata nel Parco Vergiliano.

tomba

Nel basamento della tomba fece scolpire i simboli dello studio, della sapienza e dell’eternità, con una civetta, animale sacro a Minerva. Tempo dopo dedicò ancora una fatica a Leopardi, entrando in contatto con l’editore fiorentino Lemonnier per dare alle stampe l’opera completa di Giacomo, e affrontando tre viaggi che, dato il suo passato, potevano esporlo a un nuovo esilio. Per quest’edizione Ranieri ebbe ancora una volta l’appoggio di Paolina, che l’aiutò sia nella correzione delle bozze, sia nel mediare con il canonico Bini, censore preposto, affinché non demolisse i versi leopardiani. Rimasto senza il suo amico, Antonio Ranieri risiedette definitivamente a Napoli, dandosi alle sue opere storico-letterarie, e ricoprendo anche la docenza di filosofia della storia, morendo poi nel 1888. Ora contestato, ora disprezzato, Ranieri certo non ebbe l’acume letterario di Leopardi, ma ne fu l’insostituibile custode, la somma di tutti gli affetti, il mecenate e il volano di una libertà sognata a lungo. Se fu certo Giacomo a comporre quei versi, furono le mani di Antonio a trascriverli e poi a consegnarli al mondo, e non è un azzardo considerare che senza di lui gran parte dei più bei versi leopardiani, semplicemente, non sarebbe mai esistita.