domenica, 29 Mar, 2020 Espresso napoletano

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“Son sei sorelle…”

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Il culto delle Madonne in Campania, origini antichissime e un fascino ancora attuale.

Marzo, mese dedicato alle donne. A tutte quelle donne che avrebbero bisogno di festeggiamenti tutti i giorni, e non soltanto in un periodo o in un giorno dell’anno. Così come la donna per eccellenza, Maria, madre di Dio per i cristiani, colei che ha detto sì per prima al grande progetto divino: la nascita tra gli uomini di Gesù Cristo, di cui presto festeggeremo la Pasqua di Resurrezione. A differenza di tante donne, però, per Maria non c’è solo un giorno di festeggiamento. Ce ne sono molteplici, soprattutto in Campania, dove la regina delle donne è venerata un po’ dappertutto, sotto varie declinazioni e accezioni che, attingendo anche un po’ dal mondo pagano, ne hanno decretato peculiarità uniche al mondo. La Madonna è una e una sola, certo – e forse, secondo tantissime persone, continuerebbe ad apparire a Medjugorie – eppure nella nostra regione se ne festeggiano ben sei. Sei “sorelle”, venerate da Napoli fino all’entroterra irpino e salernitano. Esse sono frutto di una religiosità popolare che sa di radici, soprattutto in un’epoca di “tabula rasa” come quella che stiamo vivendo, di informatizzazione e industrializzazione a tutti i costi, rischiando spesso e volentieri di perdere l’identità. E la coerenza identitaria campana parte da lontano, ben prima della Madonna come la conosciamo oggi. In epoca pre-cristiana era infatti diffusissimo il culto della Grande Madre, della dell’amore e della fertilità. Che si chiamasse Isthar, Cibele, Rea, Demetra, Iside, tutte erano legate a culti riguardanti la stagione e particolari momenti dell’anno, come il passaggio dall’inverno alla primavera. Non a caso l’elemento simbolo di questa venerazione era la spiga, matura con i primi caldi e racchiudente in sé sia la morte che la vita – non a caso diventerà un’icona anche cristiana, quel frutto che marcendo darà risultato. Il Cristianesimo, con il suo avvento non distrusse tutto ciò che c’era prima, ma lo trasformò per “farsi accettare meglio”. Non fu infatti facile in una città come Napoli – e lo spiegano bene alcuni libri, tra cui quelli di Roberto De Simone e dello studioso Claudio Canzanella – far accettare il “nuovo” culto della Madonna rispetto alle precedenti superstizioni. Ancora nel ‘600 persisteva nel popolo il culto della fondatrice sirena Partenope, guarda caso anch’essa “verine”. E, come narrano alcune cronache del tempo, il sacerdote Antonio Caracciolo dovette sudare sette sai per convincere sulla superiorità della madre di Cristo, oggi esaltata in tantissime edicole votive. Non stupisce, perciò, che quando il culto della Madonna si affermò, esso andò in qualche modo a sostituire quello precedente legato ai transiti solari e lunari. Le “sorelle” campane sono sei anche per un particolare significato cabalistico e simboleggerebbero le sei età dell’uomo, nonché la luna e la femminilità.
Ma quali sono e dove si venerano? La prima, famosissima, è la Madonna di Montevergine sul Partenio, o “monte Virgiliano”. Lì sorgeva un antico tempio dedicato a Cibele, dea oracolare e misterica. Oggi invece vi è il culto della “Mamma Schiavona”, soprattutto il 2 febbraio, una “madonna nera” proveniente forse dall’Oriente, proprio come Cibele. La Madonna di Montevergine è raffigurata con otto angeli attorno ed è un’icona di derivazione bizantina. Tanti significati simbolici ruotano attorno alla festa, dalla ricorrenza di una festa equinoziale alla potenza liberatoria dei balli ivi compiuti fino al sapore “conoscitivo” della salita al monte. La “seconda sorella” è la “napoletana” Madonna di Piedigrotta, il cui santuario sorge davanti a una grotta in cui in passato si svolgevano riti pagani orgiastici in onore di Priapo – divinità della fecondità – attraverso il penetrante passaggio della luce nel buio della spelonca. Leggenda narra che sia stato San Pietro, di passaggio a Napoli, a distruggere l’antica ara pagana e a fondare una cappella per la Vergine. Altra leggenda vuole che nel ‘300 un monaco, in seguito a un sogno, abbia trovato una statua di Madonna sotterrata – quella ancor oggi venerata – nella grotta. Ma la narrazione più suggestiva riguarda quella di una scarpetta miracolosa che la statua della Vergine avrebbe perso quando si sarebbe alzata da suo posto per soccorrere alcuni pescatori che l’avevano invocata, salvo tornare sul suo altare con il velo bagnato e scalza.
Tra le “sorelle” più conosciute vi è senz’altro la Madonna dell’Arco. Nel 1500 un giovane, dopo aver perso a un gioco che rassomigliava a quello delle bocce, colmo d’ira scagliò una palla contro un affresco raffigurante la Vergine, facendo sanguinare l’immagine sacra all’altezza delle guance. Vendicatrice, ma a fin di bene, è questa Madonna, venerata molto dai contadini, dalle donne e dai celeberrimi “fujenti” il lunedì in Albis, capaci di scene di isteria nel chiedere grazie.
Tornando a Napoli, troviamo la Madonna del Carmine, detta anche “la Bruna”, la cui icona, portata in città dai Carmelitani, ha compiuto nei secoli molti miracoli. La Vergine, festeggiata il 16 luglio, è protettrice degli esclusi, degli infermi nonché benefattrice delle anime del Purgatorio.
A Pagani, nell’agro nocerino-sarnese, la somenica in Albis si venera invece la “Madonna delle Galline”, il cui nome è forse dovuto al ritrovamento della sua effigie in una masseria grazie, appunto, ad alcune galline che scavavano il terreno. La gallina è inoltre simbolo di fecondità e protezione e non pochi contadini, facendo un grande sforzo, se ne privavano per offrirne alla Vergine, in cambio di aiuto costante. I suoi festeggiamenti ricordano non poco quelli per Cerere nell’antichità, ma anche per quelli della dea ctonia Ecate – non a caso la Madonna di Pagani è connessa col culto dei morti. Una settima “sorella” è invece la Madonna della Pace di Giugliano, di colore olivastro, che regge il Figlio morto.
Attualmente le “sorelle” sono omaggiate da Mario Compostella, artista e incisore napoletano che ha voluto raffigurarle su alcuni pannelli laminati d’oro tra i resti del teatro romano di vico Cinquesanti, al termine del percorso di «Napoli sotterranea». E non è un caso, perché, come abbiamo visto, il culto delle Madonne campane è strettamente legato al tema del sottosuolo, come a quello dell’acqua. Un culto da riscoprire e da non dimenticare, per lottare ancora contro la desertificazione delle nostre tradizioni.

In Campania la “regina delle donne” è venerata un po’ dappertutto, sotto varie declinazioni e accezioni.