giovedì, 12 Dic, 2019 Espresso napoletano

Storie e bellezze di Napoli on line

Storie maledette di ragazzi a rischio

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L’opera di Enzo Acri per Rogiosi Film incentrata sul difficile tema della detenzione minorile a Nisida.

“Il mio stile è il freestyle, l’esprimersi liberamente, non seguo gli schemi, mi interessa solo essere di impatto”. Si descrive così il regista napoletano Enzo Acri, definito nel 2009 “precursore del cinema digitale indipendente” con la consegna di un riconoscimento fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia, a circa trent’anni dal suo ingresso nel mondo cinematografico, che avvenne come assistente volontario del grande regista Nanni Loy nella produzione del celebre “Mi manda Picone”. Acri esordisce alla regia nel 1983 con il lungometraggio “Solo per lei”, e alcuni anni dopo, nel 2001, si distingue come primo regista italiano a usare le tecnologie di ripresa digitale con la pellicola “Morire d’amore”. Si dedica in seguito ad altri progetti come “L’ispettore Lucarelli” (2007) e “Un camorrista per bene” (2010) con protagonista femminile Marinella Ferrandino, attrice partenopea con la quale si sviluppa negli anni un forte connubio artistico.
Particolarmente attento alle tematiche della sua città, realizza nel 2010 il corto “Nisida – Ragazzi dentro”, premiato al Positano Film Festival e al Napoli in Corto Film Festival; l’anno successivo arriva poi la commedia “Tifosi – La vena azzurra del Napoli”.

Nel 2012 l’artista napoletano passa dallo schermo alle librerie con il romanzo “Donna di rispetto”, una pubblicazione avvenuta in seguito all’incontro con Rosario Bianco, fondatore della Rogiosi Editore. È da questa collaborazione che nasce il progetto “Nisida – Storie maledette di ragazzi a rischio”, docu-film che vede Enzo Acri nuovamente dietro la macchina da presa, la Ferrandino in veste di attrice e co-sceneggiatrice con lo stesso Acri e l’esordio della casa di produzione cinematografica Rogiosi Film. Un progetto incentrato sul difficile tema della detenzione minorile. È ambientato nel carcere di Nisida, e racconta allo spettatore le “storie maledette” di alcuni dei ragazzi costretti in quelle mura, mostrandoci il loro passato e presente, e il dolore di una madre, Maria Cacciapuoti, che affronta la perdita del figlio, dedicando la propria vita al recupero dei giovani carcerati.

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Enzo Acri, con la scelta dell’espressione “ragazzi a rischio” intende rappresentare una determinata categoria di giovani?
No, tutti i ragazzi sono definibili a rischio, non esistono ceto sociale né città identificabili come determinanti nel causare “quel rischio”. Proprio a sostegno di questo nel film si raccontano anche vicende riguardanti i giovani della “Napoli bene”, ritenuti troppo spesso, erroneamente, al sicuro da certi pericoli. “Nisida” chiaramente ci mostra le esperienze di ragazzi napoletani, ma il discorso è valido in tutto il mondo; siamo infatti stati ospiti a New York, dell’ex presidente del distretto di Brooklyn Marty Markowitz e dell’attuale Eric Adams, per presentare il film, e abbiamo inoltre ricevuto un riconoscimento dal St. Francis College.

La definizione stessa di docu-film implica una forte ispirazione a fatti reali, quanta verità ci mostra “Nisida – Storie maledette di ragazzi a rischio”?
Le storie affrontate vanno considerate reali al 90 per cento, con la giusta percentuale di ricostruzione cinematografica. Inoltre il mio stile approccia alle cose in maniera differente dal classico cinema. Il mio principale intento è indurre gli attori a recitare nel modo più naturale possibile, condurli alla spontaneità, da qui la scelta di inserire anche non professionisti e l’utilizzo costante del napoletano (che è una lingua), chiaramente sottotitolato (con l’eccezione dell’espressione “munnezza” ormai conosciuta e utilizzata a livello nazionale e all’estero). Cerco di comunicare quanta più verità e realtà riesca a cogliere. Originariamente fu il neorealismo, poi il reality movie, ora con la cultura underground è definito cinema freestyle, il cui obiettivo è rompere le barriere imposte dalle tecniche del passato.

Enzo Acri

Un’altra costante del suo cinema è Marinella Ferrandino. Da quando vi siete incontrati si è instaurato una sorta di sodalizio artistico tra voi, da quali fattori scaturisce questo legame?
Il nostro è stato un incontro casuale, Marinella accompagnò suo figlio a un mio casting e da lì è iniziata la nostra collaborazione artistica. Credo che Napoli sia una città che potremmo definire “mammona” e la Ferrandino rispecchia molto l’immagine della donna napoletana e la stessa “napoletanità”, è per questo che le ho affidato sempre il ruolo della madre o della moglie nelle diverse pellicole a cui ha partecipato. Lavoriamo molto bene insieme e questa cooperazione procede ormai da alcuni anni.

Che cosa intende comunicare attraverso la tragica realtà di Maria Cacciapuoti?
È la storia di una madre, interpretata appunto da Marinella Ferrandino, a cui viene portato via il figlio, ucciso durante una rapina. La perdita spinge la donna a creare un’associazione per i giovani a rischio all’interno del carcere, compresi i responsabili della morte del figlio. In un momento del film Maria dice: “Questi ragazzi hanno ucciso mio figlio togliendogli la vita, ma in realtà se la sono tolta anche loro, sono rinchiusi e mio figlio invece vola libero tra i gabbiani”; è una donna affranta che cerca la forza di perdonare, aiutare è per lei una sorta di terapia. Maria rappresenta la speranza.

ciak

Quest’ultima pellicola è un’ulteriore prova di come nella sua carriera la “valenza sociale” è stata ripetutamente caratteristica delle sue opere, come si è avvicinato a quest’ambito?
Qualsiasi cosa raccontata cinematograficamente è sociale. In “Un camorrista per bene” mi sono occupato dell’aspetto “inquinato” della città, mentre con “Tifosi” l’obiettivo era puntato sulla Napoli che si diverte, sulla comicità; entrambi sono spaccati della società. Ho trattato gli aspetti negativi e positivi dei partenopei, il brutto e il bello del capoluogo campano, ora ritengo sia molto importante parlare dei giovani.

Quali sono i suoi progetti futuri?
Sto iniziando a lavorare a un documentario, nuovamente in collaborazione con la Rogiosi Film, che si intitolerà “RAP – Figli di un Dio minore”, protagonisti saranno i rapper napoletani, le nuove web star, nati da dimensioni come Youtube e non dalle grandi produzioni discografiche. I giovani d’oggi sono così bombardati dalla fiction che desiderano la verità; è proprio per questo che il rap, il cui principale fine è la denuncia sociale, ha avuto negli ultimi tempi un così ampio seguito in Italia. Cerco costantemente di tenere il passo con le nuove tendenze, guardo sempre in avanti, verso il domani, e mai indietro.

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