domenica, 29 Mar, 2020 Espresso napoletano

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Una primavera diversa, quella del 2020

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Secondo il calendario gregoriano già dal 20 marzo siamo entrati nella primavera. 

Ricordo, con molta nostalgia, la primavera di tanti anni fa, nella vecchia masseria di Paestum, circondata dal verde della campagna. Dopo il freddo inverno, si percepiva nell’aria l’allegro risveglio della natura. Lo svolazzare delle rondini e degli altri uccellini da una pianta all’altra faceva viaggiare lo sguardo in una rincorsa quasi impossibile.

Si respirava l’aria pulita di un cielo azzurro velato da poche nuvole spinte dal vento che, con tanta fantasia, disegnava figure in continua evoluzione. Sembravano quadri d’autore in movimento. Nel primo mattino, il canto del gallo puntuale destava il sonno leggero dei contadini richiamandoli al duro lavoro della campagna. Eppure, nonostante i sacrifici di una vita dura e non sempre gratificante, la gente era sorridente, il saluto era affettuoso e naturale, e si affrontava la giornata con serenità, scandita di tanto in tanto dai rintocchi del vecchio campanile della chiesa.

A sera si coglieva il conforto della famiglia unita intorno al camino acceso, con i nonni, i genitori, i figli e i nipotini, tutti in attesa della minestra in cottura in una vecchia pentola sbattuta dalle fiamme dispettose. Aneddoti e storie più o meno fantasiose rendevano quell’ attesa più gradevole. Era un altro mondo, nel quale si coglieva la ricchezza del poco e, soprattutto, la bellezza dello stare tutti insieme.

Gli incontri erano un momento di gioia, il saluto era spontaneo e sentito, il sorriso era un piacevole dono, l’ abbraccio una manifestazione di affetto. Quanta nostalgia!

Mentre scrivo ricordando dal mio studio di casa, a Roma, avverto ancora di più la solitudine di quanti vivono in questa città, o anche in altre, dove le relazioni umane rappresentano spesso un fardello da sopportare con fatica. Una solitudine fortemente accentuata dal clima originato proprio dal Coronavirus, per il timore di restare contagiati. Si ha la sensazione di essere diventati dei potenziali untori, con forti condizionamenti anche nelle relazioni familiari.

Altro che famiglie unite! Tutti a distanza di sicurezza, con impagabili sacrifici degli affetti familiari e la misera consolazione di vedere i nipotini sul video del telefonino. Il mondo è improvvisamente cambiato. Bollettini di morti ogni giorno, come se fossimo in guerra, mezzi dell’ esercito che trasportano salme e servizi che, probabilmente, si potrebbero e dovrebbero evitare. Certamente, infatti, non aiutano quanti già sono in sofferenza per gravi patologie e frequentemente vivono la loro condizione nel silenzio.

Il gusto di sceneggiature drammatiche da parte di chi forse dovrebbe avere una maggiore sensibilità e più rispetto nei confronti del prossimo. A questo si unisce la disperazione di tanti che hanno perso il lavoro, non sempre regolare, e pertanto sono senza un reddito che garantisca loro un minimo di sopravvivenza. Un dramma nel dramma!

Le strade quasi deserte, le file ai supermercati con persone distanziate, i negozi chiusi, il silenzio di una città una volta assordante, sono diventati componenti di un mondo quasi irreale. Ma ciò che preoccupa tutti è l’ incertezza del futuro. Quanto durerà? Cosa ci aspetta?

È evidente che salvaguardare l’aspetto sanitario è una necessità inderogabile. Ma fino a quando il sistema sarà in grado di reggere? Forse dobbiamo pensare maggiormente alla condizione psicologica di tanti sfortunati che vivono senza prospettive. La loro disperazione, senza concreti riferimenti. Il sistema economico sta collassando e con esso gli esigui bilanci familiari di chi vive per sopravvivere. Per capire ciò bisogna immedesimarsi nella realtà. Qualsiasi provvedimento, seppure necessario, va valutato considerando con attenzione le conseguenze che produce sul piano umano.

L’aspetto psicologico e il rispetto della dignità delle persone, soprattutto dei più deboli, vanno comunque salvaguardati. Mi domando, se e quando questa drammatica esperienza dovesse finire, come sarà la vita? Si tornerà come prima o resterà il timore di frequentare il vicino di casa? E i debiti chi e come li pagherà? Le relazioni e gli affetti saranno di nuovo al primo posto o resteranno sacrificati per la persistente paura? Tutti interrogativi che non facilmente avranno risposte. Solo il tempo forse guarirà le ferite e il dolore di una situazione così grave.

Un virus ha evidenziato la fragilità di un’umanità che, probabilmente, dovrebbe riflettere di più sulle proprie scelte e sui propri comportamenti, non sempre rispettosi della natura e dei valori autentici della vita. Nulla viene per caso. È sempre l’uomo l’artefice del suo destino.

Altro che gioiosa primavera!